«Pantani fu ucciso» Riaperta l'inchiesta

di Annalisa D'Aprile wROMA Marco Pantani è stato ucciso. Costretto a ingoiare cocaina fino alla morte. A distanza di dieci anni dalla fine del campione di Cesenatico, liquidata dopo una rapida inchiesta come "overdose", la procura di Rimini riapre il caso. E questa volta si indaga per "omicidio volontario", per ora contro ignoti. La svolta che convince il procuratore Paolo Giovagnoli («un atto dovuto», dice, l'apertura del fascicolo) arriva con l'esposto presentato dall'avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, su richiesta della madre del ciclista, Tonina Belletti, da sempre convinta che il figlio non si sia ucciso. «Me l'hanno ammazzato - ha detto ieri - Marco ha scoperto qualcosa e gli hanno tappato la bocca». Nelle carte c'è una dettagliata perizia medico legale condotta dal professor Francesco Maria Avato, lo stesso esperto che ha fatto riaprire il caso di un'altra morte dai contorni fumosi, quella del calciatore del Cosenza, Denis Bergamini, trovato morto il 18 novembre 1989 sulla statale jonica. Per 24 anni s'è parlato di suicidio. Ora invece, sotto indagine c'è l'allora fidanzata del calciatore. Su Pantani, alla fine della perizia, Avato scrive che le ferite sul corpo «non sono auto procurate, ma opera di terzi». Scrive anche che la quantità di cocaina trovata nel suo corpo non è compatibile con una overdose, ma con un «avvelenamento» da cocaina. E ancora spiega che sul pavimento della stanza del residence "Le Rose" di Rimini, dove il Pirata alloggiava da quattro giorni, vengono riscontrate striature di sangue compatibili con il trascinamento del corpo «ad opera di altre persone». Il ritrovamento del cadavere. È il 14 febbraio 2004. Intorno all'ora di cena, 20,40 circa, un addetto alla reception va nella stanza di Pantani, che non vede e non sente dalla mattina. Lo trova già morto, riverso sul pavimento, tra il letto e la balaustra del soppalco, la faccia immersa nel suo sangue. Dopo meno di un'ora arrivano polizia e scientifica. Ma nei 51 minuti del filmato girato dagli investigatori si vedono anche persone, prive di tute sterili, circolare per la stanza. Un particolare che, per l'avvocato De Rensis, evidenzia come la scena del crimine sia stata inquinata e, quindi, irreversibilmente alterata. E le carte descrivono anche una stanza dal "disordine ordinato", con oggetti (tv, padelle, mobili) che non sono stati frullati per aria, ma poggiati a terra. Le ferite. La perizia parla di ecchimosi sul corpo di Pantani compatibili con calci e pugni. Mentre i boxer che fuoriescono dai jeans e arrivano fino alla vita confermano, con le striature di sangue, il trascinamento. La cocaina. Il processo a carico dei due pusher napoletani Miradossa e Veneruso, accusati di avergli venduto la "dose letale", ha stabilito che il campione prima di morire ha comprato dagli spacciatori 20 grammi di cocaina. Ma Avato su questo punto è molto chiaro: la quantità di droga trovata nel corpo di Pantani e nella stanza, in forma di palline di pane miste a coca, è di molto superiore. Facendo riferimento ad una bottiglietta d'acqua ritrovata sulla scena e mai analizzata, l'esperto ipotizza che la coca (sostanza idrosolubile) sia stata sciolta e fatta bere a forza. I resti nello stomaco. Da subito l'indagine ha stabilito che nessuno è entrato né uscito dalla stanza di Pantani. Eppure nel suo stomaco sono stati trovati i resti di un pasto e di un gelato consumati a ridosso dell'ora della morte, 11,30-12,30. Solo che lui quel cibo non l'ha mai ordinato. L'accesso dal garage. In realtà c'era un accesso dal garage non ripreso dalle telecamere da dove si poteva entrare e uscire senza essere visti. Le telefonate di sos. Per due volte quella mattina chiama la portineria chiedendo l'intervento dei carabinieri perché delle «persone gli davano fastidio». Richiesta scambiata per delirio. Il mistero dei giubbotti. Pantani arriva al residence senza bagaglio. Ma nella sua stanza vengono trovati tre pesanti giacconi da sci. Chi li ha portati? ©RIPRODUZIONE RISERVATA