L'OPINIONE
(continua dalla prima pagina) – a riforme varate – nella prossima legislatura. Partiamo da un assioma ormai accettato da tutti, critici e non del premier Matteo Renzi. Si ripete in Italia, fino allo sfinimento, che il Senato dei sindaci e dei rappresentanti delle Regioni sarà una Camera di secondo livello, con senatori non eletti, quindi privi di ogni caratteristica per rappresentare davvero il Paese. E che, se non sarà introdotto il voto popolare, tanto vale abolire palazzo Madama. Al contrario, la Camera dei deputati - scelta con l'Italicum dei micro-collegi (alias listini) - sarebbe invece il nuovo Parlamento degli italiani, con potestà di decidere, di legiferare, di indicare al Paese la rotta. Ma è davvero così? Immaginiamo, per un attimo, che la riforma costituzionale venga varata e che l'Italicum diventi legge dello Stato. Immaginiamo ancora che le due nuove Camere, finalmente liberate dai legacci del bicameralismo (quasi) perfetto si insedino nei rispettivi palazzi. Siamo proprio sicuri che Montecitorio figlio dell'Italicum sia più "eletto" di palazzo Madama figlio delle autonomie locali? Io non lo sono affatto. E mi chiedo cosa capiterà quando, a leggi approvate, ci troveremo in Senato, tanto per fare degli esempi pratici, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, o quello di Roma Ignazio Marino, come pure Leoluca Orlando a Palermo, o Luigi De Magistris a Napoli e Piero Fassino a Torino, passando per Bologna e Firenze. Insieme a loro, poi, sugli scranni senatoriali i governatori Debora Serracchiani, numero due del Pd, assieme a Nicola Zingaretti, Roberto Maroni, Rosario Crocetta, Luca Zaia e Nichi Vendola, tanto per fare dei nomi. Se l'Italicum resterà quello che è oggi, senza preferenze o un sistema di collegi uninominali capace di attribuire agli eletti una vera rappresentanza popolare e territoriale, rischiamo che un Senato come questo – pur elezione di secondo livello – schieri in campo big che hanno preso, nelle rispettive elezioni di primo livello, milioni di voti, e che sono ben più rappresentativi dei colleghi deputati eletti nel segreto dell'urna con il sistema dei listini. Una pattuglia parlamentare indicata dai vertici del partito, o anche dalle primarie, che di voti ne prenderebbe nella migliore delle ipotesi qualche migliaio, nella peggiore nessuno. E' lecito, a questo punto, domandarsi: chi rappresenta di più, nella pratica, i cittadini elettori? E se la Camera plenipotenziaria dell'azione legislativa decidesse di votare qualcosa che all'esercito dei senatori-sindaci-governatori-consiglieri non piace, il popolo con chi si schiererebbe? Da chi si sentirebbe più rappresentato? Da Pisapia, Fassino, Zingaretti e Serracchiani, o da due deputati milanesi e friulani usciti dal cilindro del partito di turno? Magari sconosciuti. Ecco perché il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante l'ultimo appello al Parlamento a evitare la paralisi sulle riforme ha aggiunto che il Colle gradirebbe modifiche all'Italicum, senza intervenire invece sulla riforma del Senato. Napolitano si rende conto che, una volta votate le riforme e insediate le nuove Camere, il problema della rappresentatività dei cittadini (ancora molto distanti dalla politica) non solo non sarebbe risolto, ma si porrebbe più forte di prima. Inficiando il senso stesso della riforma costituzionale e dando al Paese la netta sensazione che la politica non solo è una zavorra quando "non fa", ma rischia di esserlo anche quando "decide". Un vero boomerang per il premier Renzi che si troverebbe a fronteggiare entro pochi mesi un vero e proprio asse fra senatori, capace di intervenire su ogni provvedimento della Camera, con maggiore confusione di prima, in virtù del fatto che il combinato disposto fra nuovo Senato e riforma elettorale. Situazione questa che potrebbe portare a una paralisi ancora più surreale di quella attuale. E farci capire ancora una volta che il problema delle riforme è l'effetto concreto che producono e non le enunciazioni di principio che le accompagnano.