Renzi: inopportuno il presidenzialismo
di Nicola Corda wROMA «Napolitano è ormai al di là della Costituzione». Silvio Berlusconi rilancia l'elezione diretta del capo dello Stato, cavallo di battaglia di Forza Italia fin dal 1994. Il leader di Forza Italia spariglia ed estrae dal cilindro il coniglio per rientrare in gioco, mettendo in discussione quei poteri che per lui sono diventati un'anomalia. «Il Quirinale è andato oltre i poteri che la Costituzione gli assegna» e questo superamento «è diventato patologico e bisogna tornare alla nostra idea originaria di consentire ai cittadini di eleggere direttamente il presidente della Repubblica con funzioni politiche di governo». Una sortita che non è piaciuta al premier Matteo Renzi che, parlando con i suoi, ha ribattuto: «Ora bisogna completare il percorso su cui c'è l'accordo: aprire la questione del presidenzialismo è inopportuno e intempestivo. Siamo a un passo dalla chiusura, inutile infilarci in un dibattito sul presidenzialismo». Evidentemente dopo l'apertura di Grillo a Renzi sulla legge elettorale, Berlusconi non voleva restare fuori dai giochi e così ieri a Montecitorio ha messo in piedi una conferenza stampa in grande stile, per ribadire che nel tavolo delle riforme, Forza Italia resta ai patti. Il presidenzialismo non è un diversivo ma neppure «mette in alcun modo in discussione l'accordo siglato con Renzi». «Intendiamo tenere fede al nostro impegno» dice l'ex Cavaliere ma certo l'intesa del Nazareno un po' scricchiola dopo le cessioni fatte sulla legge elettorale «ormai insabbiata». E poi c'è il nodo ancora insoluto delle modalità di elezione dei senatori che per Forza Italia non può prescindere dall'indicazione diretta degli elettori. Un'impasse che da diverse settimane resiste e che ora è arrivata al punto di non ritorno prima del voto degli emendamenti in commissione. Sull'ipotesi di un nuovo colloquio con il premier, Berlusconi lascia l'incertezza e rinvia tutto a un incontro del capogruppo Paolo Romani con il ministro Boschi (che chiama sgradevolmente «signora» omettendo il titolo istituzionale) per arrivare a un punto d'intesa. «Se loro non riusciranno, allora ci vedremo nuovamente» dice Berlusconi che si mostra ottimista. «Vedrò Romani nei prossimi giorni e tutte le altre forze politiche» dice Maria Elena Boschi, anche lei fiduciosa per un accordo politico «che sarebbe vicino». Ottimismo giustificato per Anna Finocchiaro, presidente della commissione e relatrice di maggioranza che sta lavorando a stretto contatto con Roberto Calderoli per un pacchetto di modifiche condivise e consentire il ritiro di migliaia di emendamenti che attualmente pesano sul testo. «Siamo a buon punto, ora dipende dal governo e se dà il suo assenso alle soluzioni condivise, possiamo andare in aula ai primi di luglio». Sul sistema di elezione dei senatori sembra farsi strada la conferma di quello indiretto mentre appare più complicato il groviglio delle competenze e delle funzioni legislative da assegnare alla futura camera delle Autonomie. Sarà invece difficile, se non impossibile che possano trovare spazio gli emendamenti sull'elezione diretta del capo dello Stato proposti ieri da Berlusconi e già ritenuti inammissibili in sede di commissione. Dalla prossima settimana si potrà cominciare a votare con l'incognita della giunta per il Regolamento che sta esaminando il ricorso del senatore Mario Mauro dei Popolari per l'Italia, sostituito dal suo partito nella commissione. È stato lo stesso parlamentare in polemica con il suo ex gruppo a chiedere al presidente Grasso di fermarne i lavori prima di una decisione definitiva. L'interpretazione del caso sembra propendere per dare torto a Mauro. L'autonomia del parlamentare e «l'assenza di vincolo di mandato» garantito dall'articolo 67 della Costituzione, in questo caso consentirebbe comunque ai vertici del gruppo il diritto di sostituire un suo componente. Il senatore è assegnato alle commissioni dallo stesso gruppo, e all'interno di queste rappresenta la linea del partito. ©RIPRODUZIONE RISERVATA