Iovine ai magistrati: imprenditori e politici scelsero i Casalesi
ROMA Antonio Iovine non ha mantenuto il patto, quello del rito di affiliazione fatto una sera di giugno del 1984, subito dopo l'agguato a Ciro Nuvoletta. E ieri, il boss pentito del clan dei Casalesi, in un'aula del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, è andato in scena con il primo atto di un romanzo criminale che lui stesso ha contribuito a scrivere, pagine che raccontano di regolamenti di conti, lotte intestine, appalti pilotati, funzionari e amministratori comprati o collusi, e sullo sfondo una giostra di soldi da far venire le vertigini. Tanto che quando assurse ai vertici dell'organizzazione, per le sue esigenze personali, che andavano dallo stipendio ai guardaspalle alle vacanze in giro per l'Europa durante 15 anni di latitanza dorata, gli occorrevano centomila euro al mese, prelevate dalle casse dei Casalesi. Incalzato dalle domande del pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro, il magistrato che lo ha convinto a collaborare con la giustizia, Iovine in videoconferenza da un sito protetto ha riferito i misfatti del clan, ora nelle linee generali, ora entrando nei dettagli. Iovine risponde scandendo le parole, adopera un linguaggio che potrebbe apparire persino forbito rispetto agli standard di chi lo ha preceduto in queste aule. E racconta in primo luogo degli omicidi, ammettendo di essere l'esecutore materiale di numerosi delitti, per molti dei quali, tuttavia, dopo condanne in primo grado, venne assolto. «Ho commesso tanti omicidi, non li ricordo tutti..», dice dopo aver spiegato di aver deciso di collaborare «per dare una svolta alla mia vita e un futuro migliore alla mia famiglia». Risale ai primordi dell'affiliazione, ripercorre le tappe salienti della storia del clan dall'uccisione di Nuvoletta, episodio che rientrava nello scontro tra i mafiosi corleonesi, alleati dei Nuvoletta, e il gruppo dei Casalesi. Il sistema si incrinò nel 2010 dopo la sentenza di appello "Spartacus", con la raffica di ergastoli inflitti a capi e gregari. L'attenzione si è spostata poi sul sistema delle collusioni, del controllo degli appalti, del rapporto con gli imprenditori. «All'inizio noi non li cercavamo; aspettavamo che facessero i loro passi per gli appalti dopodiché li interpellavamo. Poi furono loro a scegliere noi: ognuno cercava un riferimento con qualcuno di noi». Rivela poi di funzionari della Regione legati al clan, di «un ingegnere» di cui due capizona si attribuivano il controllo, circostanza che fu discussa e risolta nel corso di un incontro con il funzionario nella sede della Regione. Dagli imprenditori ai politici: «Non ho mai avuto nessun tipo di problema per l'appartenenza politica dei sindaci; anzi, la posizione politica dei sindaci era per noi ininfluente». Domani si replica. Ancora in videoconferenza, questa volta a Napoli al processo per le minacce a Saviano e Capacchione.