«Mez fu accoltellata da Knox e Sollecito per i soldi spariti»
di Rocco Ferrante wFIRENZE Il movente dell'omicidio di Perugia non fu il sesso, ma la «volontà di prevaricazione e di umiliazione di Meredith Kercher». La studentessa di Leeds venne accoltellata al collo da «due armi da taglio distinte»: il colpo mortale venne sferrato dalla coinquilina Amanda Knox con la lama sequestrata a casa dell'ex fidanzato Raffaele Sollecito. I due, insieme all'ivoriano Rudy Guede, sono «ugualmente responsabili» del delitto di via Della Pergola. I giudici dell'appello-bis che hanno condannato l'americana a 28 anni e 6 mesi e Sollecito a 25 anni di reclusione riscrivono la trama dell'intricato thriller che ha reso Perugia tristemente famosa nel mondo. Secondo le toghe fiorentine Amanda, Raffaele e Rudy la sera del primo novembre 2007 «collaborarono per il fine che si erano preposti: immobilizzare Meredith e usarle violenza». Il cestista, condannato con rito abbreviato a 16 anni di carcere e tra poco di nuovo libero, era animato dall'«istinto sessuale» mentre gli altri due dalla «volontà di umiliazione». Quella drammatica sera, tra le 21 e le 24, però, «gli eventi precipitarono» e Mez fu assassinata nella propria stanza. Con due coltelli: «L'arma che produsse la ferita nella parte destra del collo era impugnata da Raffaele e l'altra, quella che produsse la ferita estesa sulla parte sinistra del collo e che provocò l'uccisione era impugnata da Amanda. Si tratta del coltello da cucina sequestrato all'interno dell'abitazione di Raffaele». Crollano dunque i cavalli di battaglia delle difese: coltello e gancetto. «Il rinvenimento sulla lama del Dna di Meredith è un dato processuale pienamente compatibile sia con la natura dell'arma sia col suo utilizzo». Invece «la traccia biologica rinvenuta sul gancetto del reggiseno che la vittima indossava fu lasciata da Sollecito» che lo «manipolò». «Si tratta – è spiegato – di Dna di probabile sfaldamento epiteliale, lasciato dall'imputato nel momento in cui tirò il gancetto al fine di scostarlo dalla schiena della ragazza e consentire l'introduzione di una lama che recise la stoffa di chiusura del reggiseno». Amanda, Raffaele e Rudy, insomma, erano lì, insieme, nella stanza da letto di Meredith al numero 7 di via delle Pergola. Ed «entrarono dalla porta principale utilizzando le chiavi dell'appartamento». Non solo. Nella casa hanno lasciato «tracce del loro passaggio per deposizione ematica del sangue della vittima fuoriuscito copiosamente dalle ferite». Quella sera – è la ricostruzione - Amanda e Meredith discussero con una «progressiva aggressività», forse per «la sparizione del denaro e delle carte di credito» dell'inglese. Una «situazione di apparente normalità potrebbe essere stata rotta dall'accendersi della discussione» tra le ragazze per il «livello di esasperazione cui era giunta la convivenza». Ammoniscono i giudici: «Non è credibile che fra i quattro ragazzi fosse iniziata un'attività sessuale di gruppo». Rudy «aveva le mani libere e contribuì ad immobilizzarla». E Sollecito «spalleggiava la propria ragazza». «La volontà omicida degli imputati, che si erano raccolti in intimità facendo anche uso di stupefacenti, risulta palese». Una volta che Mez era stata colpita e «l'aggressione si era portata alla sfera sessuale, lasciarla in vita avrebbe costituito per gli aggressori la certezza della punizione. Si era andati troppo oltre. Doveva essere messa in condizione di non denunciare». Quindi la «simulazione di furto, alquanto grossolana, al fine di sviare da loro i sospetti dell'omicidio». «La sentenza utilizza tutti gli elementi indiziari in modo assolutamente appropriato e totale e, soprattutto, elemento che ritengo fondamentale, prende come presupposto la sentenza di condanna a carico di Guede», ha commentato l'avvocato Francesco Maresca, legale della famiglia Kercher. ©RIPRODUZIONE RISERVATA