«Il Cavaliere usò nastro per fini politici»

Con il suo «avallo» alla pubblicazione dell'ormai famosa intercettazione in cui Piero Fassino (foto) diceva a Giovanni Consorte «allora abbiamo una banca», che era stata trafugata dai pc della procura di Milano, Silvio Berlusconi ha ottenuto un «vantaggio» nella «lotta politica», danneggiando «l'immagine» dell'allora segretario dei Ds mentre si avvicinavano le elezioni della primavera del 2006. Così i giudici della Corte d'appello di Milano hanno motivato il riconoscimento della responsabilità penale per l'ex premier e per il fratello Paolo - editore de "Il Giornale" che mise in prima pagina il contenuto del nastro - dichiarando, però, per entrambi la prescrizione del reato di concorso in rivelazione di segreto d'ufficio. Nelle venti pagine di motivazioni il giudice estensore Alberto Puccinelli, nel confutare quanto sostenuto dalla difesa del leader di Forza Italia, ha sottolineato che, benchè nella vicenda non ci sia stato un interesse di «ordine patrimoniale» per Berlusconi, «presumere» un «interesse di tipo diverso, commisurato al vantaggio acquisito nella lotta politica, non appare in contraddizione» con l'accusa contestata. In quel periodo stava cominciando, infatti, la campagna elettorale per le elezioni politiche della primavera successiva, vinte poi solo con un leggero vantaggio dal centrosinistra dopo la "rimonta" del centrodestra. L'intercettazione tra Fassino e Consorte, risale al luglio del 2005, ai tempi della scalata di Unipol alla Bnl, e venne pubblicata, quando era ancora coperta da segreto istruttorio ed esisteva solo come file-audio, il 31 dicembre dello stesso anno.