EVITARE UNA NUOVA CORTINA
di GIANCESARE FLESCA Pochi credono che la crisi ucraina possa trasformarsi in una guerra mondiale.Ma tutto lascia supporre che, almeno in apparenza, una guerra civile fra filorussi e filooccidentali sia ben possibile. Le ultime ore parlano di gruppi nazionalisti e di estrema destra che si spostano da Kiev alle regioni sud-orientali del paese. In queste regioni i russofoni si organizzano in milizie di autodifesa. Gli scontri fra le due parti diventano sempre più numerosi e cruenti. Gli animi sono sempre più accesi. Gli uni maledicono le colpe di Stalin. Gli altri li bollano come eredi di Stepan Bandera, l'ucraino che fu a capo della divisione Galizia delle SS durante la seconda guerra mondiale e che si macchiò di crimini orrendi. Storici antagonismi e divergenze attuali si ingigantiscono. In più nelle regioni ormai infuocate arriva l'eco dei blindati russi che si ammassano ai confini, e di quelli ucraini che armeggiano dalla parte opposta. Dopo il referendum in Crimea, qualunque scintilla potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Tuttavia le guerre civili si combattono sempre con un protettorato militare alle spalle. Nonostante le minacce e i proclami sulla difesa dell'etnìa russa, il Cremlino non ha interesse a trasformare la Russia nel retroterra di una guerra civile. E l'Occidente, malgrado la grande amicizia ostentata nei confronti del governo imposto dai ribelli di piazza Majdan, (fra i quali spiccano gli esponenti dell'ultradestra) avrebbe più di un'esitazione a rifornire di armi e di sostegno logistico gli ultranazionalisti. I quali, più che verso Bruxelles, condurrebbero l'Ucraina verso la Budapest del più che discusso presidente Orbàn. Inoltre, per quel che vale, il ministro degli Esteri moscovita Lavrov dopo sei ore di inutile discussione con il suo omologo americano Kerry, ha assicurato che il suo paese non vuole in alcun modo intervenire militarmente in Ucraina. Ciò detto, occorre ribadire che nessuno può sapere che cosa accadrà davvero dopo il referendum odierno in Crimea. Lo zar Vladimir, forte del 70 per cento dei consensi su questo argomento, potrebbe anche giocare la carta da grande statista: non accettare l'annessione della Crimea che verrà richiesta certamente dalla stragrande maggioranza dei suoi abitanti, ma convincere la Duma che si riunirà il 21 marzo a preferire la nascita di una Repubblica indipendente dalla Federazione russa, anche se orbitante nella sua area di influenza. Intendiamoci:si parla solo di un'ipotesi, forse meno improbabile di quanto appaia. Le sanzioni occidentali verrebbero in questo caso limitate al secondo se non al primo grado, mentre in caso di annessione esse sarebbero di grado tre, fortemente penalizzanti per Mosca, ma altrettanto dolorose per l'Europa. La Russia è il terzo partner commerciale della Ue, e l'Ue il primo della Russia. Fallita la mediazione della Merkel che più di ogni altro si era spesa per una soluzione diplomatica, l'Europa potrebbe seguire i consigli di un vecchio saggio come Henry Kissinger. Favorire la ottocentesca balance of power, impedendo che la Russia trasformi l'Ucraina in un paese satellite; l'Ucraina «non deve diventare avamposto di una parte contro un'altra bensì fare da ponte fra le due» e l'Occidente deve capire che «per la Russia, l'Ucraina non potrà mai essere un paese straniero. Il criterio non è la soddisfazione di tutti, ma un'insoddisfazione bilanciata». Una soluzione del genere potrebbe cavare le castagne dal fuoco anche a Barack Obama, al 41 per cento dei consensi sulla gestione di questa crisi perché «troppo debole». Il popolo americano deve capire che non ha senso mettere Mosca con le spalle al muro, «isolarla» a tempo indeterminato spingendola verso la Cina e provocando una crisi economica che renderebbe Putin sempre più autoritario e nostalgico, mentre tarperebbe le ali a una classe media che sta emergendo e che è portatrice di istanze libertarie alle quali l'Occidente non può mostrarsi insensibile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA