L'amara giornata del premier blindato nel suo ufficio

di Gabriele Rizzardi wROMA Senza più l'appoggio del Pd e dopo un lungo ed estenuante braccio di ferro con Renzi sul futuro del governo, Enrico Letta prende atto della disfatta e annuncia che oggi salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. «A seguito delle decisioni assunte oggi dalla Direzione del Partito Democratico, ho informato il presidente della Repubblica della mia volontà di recarmi domani al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio dei ministri». Alla fine, insomma, Letta, che in queste settimane è stato abbandonato anche dalla Confindustria e dalla Cgil, sceglie un'uscita di scena istituzionale e senza spargimento di sangue, visto che rinuncia a farsi sfiduciare in Parlamento. Decide, insomma, di congedarsi in punta di piedi e senza alzare la voce. Ma qualche sassolino dalla scarpa se lo vuole togliere. E lo fa parlando con i suoi più stretti collaboratori: «Oggi si è capito che Matteo Renzi ha sempre voluto prendere il mio posto. Ha l'ossessione del potere ma durerà poco...». E ancora: «Io sono stato nella palude per colpa del Pd» si lamenta Letta, che esclude di abbandonare il suo partito per dare vita ad una formazione di centro e fa sapere che non correrà per le europee né per le prossime primarie del Pd. Poi, dopo aver salutato i dipendenti di Palazzo Chigi, Letta, via Twitter, «ringrazia» i suoi sostenitori «per i tanti messaggi ricevuti in queste ore». Il giorno più lungo per il premier comincia prestissimo. Dopo aver detto, due giorni fa, che la sua eventuale "sfiducia" doveva essere formalizzata con un voto dalla Direzione del Pd, Letta ieri mattina ha visto arrivare nel suo studio i capigruppo del Pd, Roberto Speranza e Luigi Zanda e il portavoce della segreteria, Lorenzo Guerini. Obiettivo della missione: riuscire a convincere Letta a fare il passo indietro senza aspettare il voto della direzione. Una proposta che sarebbe stata accompagnata dall'offerta di fare il ministro dell'Economia nel Renzi I. Ma la risposta è stato un secco no e la delegazione dei "pontieri" è dovuta tornare a largo del Nazareno a mani vuote. A quel punto è evidente che il "chiarimento" tanto atteso non può avvenire in direzione (dove Renzi liquida l'esperienza dell'attuale governo in 20 minuti) e infatti Letta dà forfait: «Preferisco aspettare a palazzo Chigi le determinazioni che verranno prese in modo che tutti si sentano liberi di esprimere valutazioni e di esplicitare le decisioni che ritengono opportune». Una scelta che evita "duelli" in Direzione ma viene subito criticata da Roberto Giachetti, che via Twitter ironizza citando un vecchio film di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo?». Dopo la decisione di evitare con Renzi uno scontro diretto, Enrico Letta preferisce rimare blindato nel bunker di palazzo Chigi in compagnia dei suoi più stretti collaboratori. E così finisce per assistere passivamente al "processo" al suo governo che il segretario Pd celebra in diretta streaming. Mentre al Nazareno va in scena la direzione, con Renzi che respinge l'ipotesi della staffetta e propone «un nuovo governo che duri fino al 2018», le voci di un passo indietro di Letta si rincorrono e il sito del Financial Times annuncia che il premier ha cancellato la sua visita ufficiale a Londra prevista per il 24-25 febbraio. Amareggiato ma convinto di aver fatto in 10 mesi il «massimo di ciò che si poteva fare nelle difficili condizioni date», il premier resta asserragliato nella sede del governo, dove nel pomeriggio si precipita Angelino Alfano insieme ai ministri Lupi e Quagliariello. Il vicepremier resta quasi un'ora e quando esce difende il lavoro fatto insieme ad Enrico:«E' una situazione kafkiana. Letta lascia quando torna su il Pil». A palazzo Chigi, invece, non si fa vedere Dario Franceschini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA