Da Riina minacce a toghe e scorte
PALERMO «Non gliene capiteranno più di nemici così, gliene è capitato uno e gli è bastato, se ne devono ricordare per sempre»: Totò Riina lo ribadisce spesso. Nessuno è stato più come lui. Deliri di onnipotenza di un vecchio indomito, al carcere duro da 20 anni, che si sfoga rabbioso con un altro padrino nel carcere di Opera, Alberto Lorusso, boss della sacra Corona Unita. «Ancora ne volete? - grida come se avesse di fronte i nemici di sempre, i magistrati - Io vorrei incominciare di nuovo». Col sangue, con le stragi, con i morti: «e allora organizziamo questa cosa! Facciamola grossa e dico non ne parliamo più», dice a Lorusso. Le spietate parole del boss di Corleone, intercettate per mesi dalla Dia, sono state trascritte e depositate agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia. Trascrizioni che preoccupano la procura perché Riina appare in possesso di notizie non ancora pubbliche. Nelle ore di conversazione un nome ricorre più frequentemente di altri: quello del pm Nino Di Matteo, magistrato del pool che sostiene l'accusa nel processo sulla trattativa Stato-mafia. «Il pm che mi fa impazzire», così lo descrive. «Ti farei diventare il primo tonno - sussurra - il tonno buono... minchia ho una rabbia, mi sento ancora in forma porca miseria». «Lo sapete come gli finisce a questo la carriera? - dice a Lorusso - come gliel'hanno fatta finire a quello palermitano, a Scaglione (l'ex procuratore di Palermo ucciso dalla mafia)». Parole videointercettate a novembre scorso che gli investigatori hanno subito consegnato al ministro dell'Interno Alfano. Riferendosi alle scorte Riina parla di «anatroccoli e paperelle» da far saltare. Accenna alla strage di Capaci e al delitto Chinnici. E se ne compiace. Ma gli investigatori indagano anche su Lorusso, il pugliese che ha dato prova di sapere portare all'esterno messaggi a dispetto del 41 bis. Nella sua cella sono state trovate strane lettere criptate.