RICORSI DELLA STORIA
di Roberto Lodigiani wVOGHERA Se la storia dovesse ripetersi, Voghera riavrebbe il suo tribunale solo nel 2037. Tanto durò, dal 1923 al 1947 - ventiquattro anni - la prima chiusura e l'accorpamento degli uffici giudiziari a Pavia: ci vollero la guerra e la fine del fascismo per sanare una perdita alla quale la città tentò in ogni modo di opporsi e di rimediare. Anche con una supplica all'allora ministro di Grazia e giustizia, Alfredo Rocco, padre del codice penale tuttora in vigore. L'esposto al Guardasigilli, datato 10 dicembre 1932, venne firmato non solo dagli avvocati Aurelio Picco, Eugenio Arbasino e Silvio Nassano in rappresentanza della categoria forense, che era la più direttamente interessata dalla soppressione del palazzo di giustizia vogherese, ma anche da Camillo Capuzzo, commissario prefettizio del Comune e segretario del Partito nazionale fascista, e dagli altri ordini professionali: Luigi Borlone per i notai, Alfredo Baravalle per i ragionieri, Mario Cattaneo per ingegneri e Associazione combattenti e reduci, Mario Paleari per i geometri, Alfredo Malaspina per la Federazione agricoltori, Pietro Fardella, fiduciario del sindacato del commercio, Efisio Rameri per gli industriali, e dal barone Ernesto De Ghislanzoni, componente del consiglio dell'Economia corporativa (la Camera di commercio di allora) e rettore della Provincia. Copia del ricorso, conservata negli archivi del generale Renzo Montagna, ora curati dalla famiglia, è stata messa a disposizione degli avvocati Isabella Cerutti e Clelia Cazzola. «Diciamo che il passato può insegnare qualcosa al presente – avvertono Cerutti e Cazzola – allora si riuscì a realizzare una forte mobilitazione e a mettere d'accordo tutte le professioni». Picco e Malusardi conducevano da tempo la battaglia per la riapertura del tribunale. Al congresso nazionale forense, svoltosi a Torino nel settembre 1924, erano riusciti ad ottenere che fosse messo ai voti e approvato all'unanimità un ordine del giorno che invitava il governo a rivedere la riforma taglia-tribunali e a ripristinare quegli «aboliti organi di giustizia che si appalesino degni di sopravvivere». Pur nel linguaggio dell'epoca, idee e motivazioni alla base dell'esposto sono tuttora valide, malgrado siano trascorsi ottant'anni: «Il circondario di Voghera – si sottolineava – ha una peculiare fisionomia in confronto del rimanente agro della provincia. Ha costituito sempre una tipica regione con capoluogo Voghera, collegata ai comuni con una mirabile e densa rete di strade e di comunicazioni. Vi sono solo i territori di Broni e Stradella che sembrano di qualche km più prossimi a Pavia, ma la separazione costituita dalla grande linea del Po ha fatto sì che essi pure convergano verso Voghera». Conseguenza: «Il tribunale di Voghera era, per tutte queste condizioni della sua giurisdizione, quello dei 4 esistenti in provincia che aveva il maggior lavoro». Insomma, una orgogliosa rivendicazione dell'autonomia del territorio e dell'importanza di una gestione altrettanto autonoma della macchina della giustizia. Parole convincenti, idee forza solide, ma non abbastanza da scalfire o infrangere il muro del regime. Solo nel dopoguerra, con la fine del fascismo, i giochi politici si riaprono. Al ripristino del tribunale oltre il Po si interessano il Cln partigiano e i deputati alla Costituente, il democristiano Sampietro e il socialista Attilio Morini, in una Voghera amministrata dal comunista Riccardo Dagradi, il sindaco della prima ricostruzione post-bellica. Traguardo tagliato nel 1947, dopo quasi un quarto di secolo. Gli uffici giudiziari da via Emilia si spostano all'ex Convitto di via Plana. Dove sono rimasti. Fino alla mannaia della nuova riforma. Ma questa è già un'altra storia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA