Napolitano: «Clima politico avvelenato»

ROMA Con un cerimoniale ridotto all'essenziale in sintonia con lo stile dell'ospite, Jorge Mario Bergoglio entra con otto minuti d'anticipo nel cortile del Quirinale dove arriva a bordo della sua Ford Focus e senza la scorta di corazzieri per ricambiare la visita del presidente Giorgio Napolitano, che l'8 giugno scorso l'ha incontrato in Vaticano. Il Papa, il quinto a salire al Colle dalla nascita della Repubblica, indossa come di consueto una semplice talare bianca, simbolo della semplicità francescana e dei modi diretti che sono il manifesto del suo pontificato e che, per Napolitano, rappresentano il messaggio che la politica italiana, dilaniata, deve cogliere. La politica cieca a cui il Papa, dal canto suo, chiede più sforzi per il lavoro. «Quanto siamo lontani da quella cultura dell'incontro che lei ama evocare» si sfoga il capo dello Stato nel suo saluto ufficiale nel Salone delle feste. «Credo che la politica possa trarre uno stimolo nuovo dalle sue parole» sottolinea, in un'Italia «dominata dalla tumultuosa pressione e dalla gravità dei problemi del Paese e stravolta da esasperazioni di parte, in un clima avvelenato e destabilizzante». Davanti al Pontefice che dal suo insediamento lavora per gettare ponti tra credenti e non credenti, «un dialogo senza precedenti per ampiezza e profondità», Napolitano afferma la necessità che la politica faccia propria la stessa capacità di parlare «con tutti, anche i più lontani e gli avversari», un atteggiamento – sottolinea – che «costituisce l'orizzonte più vasto, ben oltre il contesto dei rapporti tra Chiesa e Stato, a cui oggi si deve necessariamente tendere». Sei giorni dopo l'anatema di Francesco contro la «dea tangente» che «toglie dignità», il presidente riprende il filo del discorso iniziato dal pontefice e lancia un avvertimento: «Esposta com'è non solo a critiche fondate ma anche ad attacchi distruttivi» la politica ha bisogno di recuperare rispetto e partecipazione «liberandosi dalla piaga della corruzione e dai meschini particolarismi», dice, richiamando credenti e non credenti, Stato e Chiesa, a «responsabilità comuni per affrontare i grandi temi resi drammatici dalla crisi economica e morale che attanaglia l'Occidente e non solo». Responsabilità, afferma, «che la Chiesa si sta assumendo esprimendo e diffondendo i suoi valori» e «liberandosi da ogni residuo temporalismo»: il messaggio cristiano contro l'egoismo dilagante. Francesco, che al Quirinale è accolto anche dalla delegazione del governo guidata dal premier Enrico Letta, replica chiedendo pari responsabilità: di fronte alla crisi economica «che fatica a essere superata» e che «tra gli effetti più dolorosi» ha «l'insufficiente disponibilità di lavoro» sottolinea, «è necessario moltiplicare gli sforzi per alleviarne le conseguenze e per cogliere e irrobustire ogni segno di ripresa». Per promuovere «il bene comune e la dignità» dunque, l'Italia – auspica il Pontefice – deve ritrovare «la creatività e la concordia necessarie». Al centro delle sue preoccupazioni c'è anche il tema doloroso dell'immigrazione, fulcro dei colloqui tra Letta e la delegazione vaticana: «A Lampedusa – dice – ho incontrato la sofferenza di chi, a causa di guerre e miseria, emigra in condizioni spesso disperate». Alle istituzioni il Papa rinnova la richiesta di «sostenere la famiglia, luogo primario dove si forma e cresce l'essere umano, in cui si apprendono valori ed esempi che li rendono credibili», una famiglia che «ha bisogno di stabilità e riconoscibilità dei legami reciproci per realizzare la sua missione». Come già ha fatto Napolitano, Bergoglio riconferma l'amicizia tra Italia e Vaticano, parla di relazioni «eccellenti» nella «distinzione dei rispettivi ruoli e ambiti d'azione», e ricorda le sue radici italiane: «Rendendole visita – dice – vorrei bussare idealmente alla porta di ogni abitante di questo Paese, dove si trovano le radici della mia famiglia terrena e offrire a tutti la parola risanatrice del vangelo». (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA