L'industria chiude Così l'Italia perde chimica e acciaio

di Michele Azzu wROMA La recessione è finita, dicono analisti e politici, già da qualche mese. Nell'industria, però, le cose vanno sempre peggio tra chiusure e richieste di Cassa integrazione. Il 25 settembre la Commissione Europea aveva presentato il rapporto sulla competitività industriale del 2013. Secondo il rapporto l'Italia sta attraversando una fase di deindustrializzazione. Dal 2007 abbiamo perso il 20 per cento di produzione industriale. I salari lordi troppo alti sono associati a una bassa produttività, e a questo va aggiunta l'emergenza disoccupazione giovanile, al 40 per cento, più quella generale del 12 per cento. Nel suo rapporto la Commissione Europea suddivide i Paesi membri in quattro diverse categorie, dai più ai meno competitivi. L'Italia si trova nel penultimo gruppo: "Livello di competitività medio bassa", assieme alla Grecia. Esaminare i punti deboli dei Paesi in fondo alla classifica può aiutarci a capire perché: inefficienze della pubblica amministrazione, alti costi energetici, inefficienze della giustizia, fiscalità punitiva e infrastrutture. Sull'Italia il rapporto dice qualcosa di più: «La deindustrializzazione in atto è dovuta sia alla riduzione dell'attività per il rallentamento economico, sia alla chiusura di numerosi impianti in alcuni settori industriali di base (petrolchimica, siderurgia e biocombustibili)». Tre settori dunque, in cui negli ultimi anni c'è stato da imparare. Petrolchimica. Cominciamo dalla petrolchimica. Gli impianti petrolchimici della Vinyls, tra Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna - il cosiddetto ciclo del cloro - sono ormai falliti lo scorso luglio, dopo quattro anni di Cassa integrazione e commissari straordinari. Eppure le materie plastiche (come il Pvc) prodotte in questi stabilimenti hanno un mercato, di cui ora beneficia quasi esclusivamente la Germania. Ci sono stati diversi compratori internazionali interessati alle produzioni, come l'araba Ramco e il fondo russo Gita. Poi sono passati 4 anni, quattro ministri allo sviluppo, tre governi diversi, tante trattative condotte in maniera confusa - coi compratori che sparivano senza dire perché - e la Vinyls è fallita: addio settore, addio eccellenze e addio 10mila posti di lavoro (indotti compresi). Biocombustibili. Sono molte infatti le aziende chimiche, o ex del settore, ad essersi recentemente impegnate nel mercato dei biocarburanti, o "chimica verde". A cominciare da Eni e Novamont. Oltre la pubblicità e i comunicati stampa però nella realtà esiste ben poco: è una chimica verde, quella italiana, che esiste tutta sulla carta. Il colosso chimico Mossi & Ghisolfi, che produce plastica Pet in tutto il mondo, aveva recentemente deciso di emanciparsi dal petrolio puntando sulla produzione di biocarburanti dalle biomasse. La Mossi & Ghisolfi è da oltre un anno interessata a rilevare lo stabilimento ex Vinyls di Porto Marghera, proprio per questo tipo di produzioni, ma la vendita non si è mai concretizzata. Parallelamente l'Eni (Versalis) assieme alla Novamont (ex Montedison) pensano alla chimica verde in Sardegna. Tra Ottana e l'ex petrolchimico di Porto Torres vogliono produrre plastica dai cardi e il progetto ha attirato l'entusiasmo di qualsiasi politico avesse voglia di parlare di posti di lavoro. Purtroppo quattro anni dopo il primo accordo, a due anni dal 2016 in cui gli impianti dovrebbero essere in marcia dando lavoro a circa 700 persone, di concreto, oltre i tavoli programmatici in Regione, c'è ben poco. Siderurgico. Il 12 settembre la Riva acciaio ha deciso di fermare l'attività in tutti i suoi stabilimenti italiani, con 1.400 esuberi. Decisione successiva al blocco dei conti correnti del gruppo da parte della magistratura. Il ministro Zanonato ha poi annunciato un accordo in cui si sbloccherebbero 60 milioni dai conti Ilva, proprio per scongiurare il dramma esuberi. Nel frattempo nello stabilimento di Taranto pesa la Cassa integrazione per 6.500 dipendenti. Ma non c'è solo l'Ilva: lo scorso luglio gli operai della Berco di Copparo sono rimasti una settimana in presidio fuori dalla fabbrica, dopo l'annuncio della Thyssen (proprietaria della Berco) di licenziare 611 dipendenti. Dopo lunghe trattative si è ottenuto un anno di Cassa integrazione. È questa la realtà di tutti i giorni dell'industria in Italia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA