«Ho perso la famiglia e 28 parenti»
di Alice Cason wBELLUNO Gianni Olivier è stato maestro a Longarone per 25 anni, dalla fine degli anni Sessanta. È sopravvissuto al Vajont perché nel '63 insegnava a Feltre. Il maestro Gianni è anche la persona che ha pianificato la disposizione dei cippi del nuovo cimitero delle vittime del Vajont, che è oggi Monumento Nazionale. Prima del 2004, il cimitero di Fortogna era diverso da quello che si vede ora: un camposanto tradizionale, con le croci, i fiori e le foto. Non a tutti, a Longarone, è piaciuta l'innovazione dei cippi bianchi su prato verde, che fanno tanto cimitero di guerra americano. Lei insegnava anche prima del Vajont? «Sì, nel '63 ero a Vellai. Avevo 29 anni, ero sposato, avevamo già una bambina. Nel fine settimana tornavamo sempre su a Longarone. Se il 9 ottobre fosse caduto di domenica, oggi non sarei qua. Dopo il disastro ho chiesto il trasferimento quassù, e nel '69 sono tornato a Longarone. Credo che il paese natio ti resti dentro anche quando un giorno ti alzi, e scopri che non esiste più: non me ne sarei mai andato da qui. Il 9 ottobre sono venuti a svegliarmi due amici, mi hanno detto di vestirmi e salire su dai miei, che stavano sgomberando il paese. Era una bugia pietosa, ormai era successo già tutto da quattro ore. Ho preso la mia Cinquecento e sono salito su fino a Ponte nelle Alpi. Al posto di blocco non mi hanno lasciato passare, così sono passato per Agordo, ho fatto il passo Duran e al bivio per Fornesighe, in Zoldo, mi hanno fermato al posto di blocco successivo. Quello che mi angoscia ancora oggi è che la jeep dei militari era collegata via radio con un elicottero che stava sorvolavano Longarone. Stava descrivendo quello che vedeva, e io ero là, e sentivo tutto: ecco quando ho capito cos'era successo». E poi? Nei giorni successivi? «Ho chiesto un mese di aspettativa al lavoro, e ogni giorno venivo su, passavo tutti i cimiteri per cercare i miei. Ero come un automa. Avevo un fratello di 24 anni. L'ho trovato tre mesi dopo. Mio padre quasi subito, di domenica. Mia madre… Avevamo una panchina, davanti casa: ci sedevamo là fuori e lei diceva, vedrai, quella là (la diga) ci fa fare la fine del topo. Aveva ragione. Ho perso 28 parenti, a parte tutta la mia famiglia. Dalla parte di mia madre non ho più nessuno, è sparita tutta la generazione. Della mia casa, in centro a Longarone, è rimasto solo il pavimento della cucina. L'ho trovato la primavera successiva, era sepolto sotto 4 metri di ghiaia». ©RIPRODUZIONE RISERVATA