I naufraghi: «Morti in 360» Il dolore davanti alle bare
di Maria Rosa Tomasello wROMA Un solo abisso è più profondo di quello che ha inghiottito la nave e il suo carico umano, quello del dolore dei sopravvissuti che, due giorni dopo l'orrore del naufragio, scoprono nell'hangar di Lampedusa la morte del figlio, del fratello, della madre. Centoundici bare sono disposte in tre file nel capannone gelido dell'aeroporto, una distesa di morte senza fine in cui ogni vita è un numero impresso sulla cassa: 93, 15, 14, 92 c'è scritto sulle bare bianche dei bambini, sulle quali le mani pietose dei lampedusani hanno appoggiato un orsacchiotto di peluche con una maglietta a righe azzurre e un cuoricino rosso. Dopo che l'hanno chiesto a lungo, nelle ore disperate che hanno seguito la tragedia, i superstiti arrivano a bordo di un pullman davanti al gigantesco obitorio per abbracciare per l'ultima volta i propri cari, i compagni del viaggio finito nella più spaventosa tragedia di mare che l'Italia ricordi, il cui bilancio finale potrebbe essere di 363 morti. Sul barcone naufragato all'alba di giovedì, hanno raccontato i migranti ai parlamentari che li hanno incontrati ieri, c'erano 518 persone, e se la conta dei salvati e dei cadaveri è di 266, la contabilità del naufragio potrebbe essere ancora più spaventosa del previsto. Le urla e il pianto che superano le pareti dell'hangar raccontano lo strazio dell'addio durante la cerimonia religiosa presieduta da don Antonio Nastasi, il parroco dell'isola, perché gli eritrei sono in gran parte cristiani, anche se viene recitata, in segno di rispetto, una preghiera islamica. È un commiato senza baci, senza un ultimo sguardo alla persona amata, che i sopravvissuti riconoscono solo grazie a una foto, un oggetto deposto accanto alla bara su cui è posata una rosa rossa. Uomini, donne e bambini arrivati dall'altra parte del mare, potrebbero essere sepolti nei cimiteri della provincia di Agrigento e di Palermo, l'ultimo gesto di solidarietà dei siciliani, dopo le braccia tese di Lampedusa, sebbene i sopravvissuti abbiano chiesto il rientro dei feretri in patria. È mattina, invece, quando pescatori e i soccorritori accorsi per primi sul luogo del naufragio, un miglio e mezzo da Cala Croce, danno la loro ultima carezza alle vittime, e lo fanno in mare, lanciando fiori sull'acqua. È un saluto reso amaro dalle polemiche sui soccorsi che di fronte alla tragedia immane del 3 settembre dividono gli uomini di mare dagli uomini dello Stato, finora uniti sulla frontiera dell'isola. Per la procura di Agrigento non c'è nulla su cui indagare: «Non abbiamo riscontri su presunti ritardi nei soccorsi» dice il pm Ignazio Fonzo. Ma Vito Fiorino, uno dei primi ad accorrere con la sua barca, ripete le accuse già lanciate dai suoi compagni: «La gente bolliva in acqua e questi pensavano a fare fotografie e video. Noi li facevamo salire quatto per volta, e quando la mia barca si è riempita abbiamo chiesto ai finanzieri e alla guardia costiera di prenderli a bordo, ma hanno detto che non potevano, che dovevano rispettare il protocollo». Erano le 6.40 – dice – quando ha lanciato l'Sos: «E questi sono arrivati alle 7.30, quando noi ne avevamo già presi a bordo 47. Loro erano troppo lenti. Vogliono denunciarmi? Vengano pure. Noi ne abbiamo presi 47, un altro peschereccio 20, un altro 15, si fa presto ad arrivare a 155. E gli altri quanti ne hanno salvati?». E perché, chiede Grazia Migliosini, che era con lui in quell'alba drammatica, «con tutti i radar che infestano Lampedusa, nessuno ha visto quella barca?». La Guardia costiera nega ritardi: «Dopo avere ricevuto la segnalazione alle 7 siamo intervenuti immediatamente, arrivando prima delle 7.20, e grazie alla cooperazione di soggetti privati abbiamo salvato 155 persone». Ma i dubbi restano. Come quelli sull'omissione di soccorso da parte di un peschereccio che, raccontano i naufraghi, si è avvicinato al barcone attorno alle 4, per poi allontanarsi senza prestare aiuto. Coi motori fermi, la carretta sarebbe rimasta per un'ora davanti alla costa, provando a segnalare con la sirena la propria presenza. Inutilmente, prima dell'incendio che ha provocato il naufragio. Ma Totò Martello, presidente del consorzio dei pescatori, rifiuta insinuazioni: «I pescatori salvano vite, non accettiamo che si dica che un equipaggio ha visto qualcuno in mare e non l'ha soccorso. La storia dell'isola ne è la prova». ©RIPRODUZIONE RISERVATA