Letta ci prova e tira dritto domani il voto di fiducia
di Gabriele Rizzardi wROMA Verificare davanti alle Camere se ci sono le condizioni per non gettare la spugna. Il giorno del giudizio è fissato per domani: Enrico Letta illustrerà prima al Senato e poi alla Camera il programma con il quale intende portare avanti il governo e, se capirà che ci sono i numeri, chiederà il voto di fiducia. Altrimenti salirà al Quirinale e deciderà con il capo dello Stato il da farsi. Certo, il messaggio lanciato ieri da Berlusconi al termine della riunione dei gruppi del Pdl («L'esperienza di questo governo è finita, si voti la legge di Stabilità in una settimana e poi si vada alle urne»)rende sempre più difficile il tentativo del premier. E questo perché il Cavaliere ha fatto capire che non voterebbe la fiducia ed ha sostanzialmente staccato la spina, come fece Alfano con Monti nel dicembre 2012. «La proposta di Berlusconi di una settimana per approvare la legge di Stabilità e lo stop all'Iva è assolutamente irricevibile» taglia corto il ministro per in Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini. Letta, del resto, ha più volte detto che non ha intenzione di governare a tutti i costi ed è probabile che, dopo aver addossato la responsabilità della crisi sul Cavaliere, volga lo sguardo alle "colombe" del Pdl per capire se avranno davvero la forza e la possibilità di mettere insieme un gruppo sufficientemente nutrito di deputati e senatori che gli consenta di continuare a governare con almeno un margine minimo di sicurezza. In caso contrario si aprirebbe una crisi dalla difficile soluzione. «Se dovessi scommettere sulle elezioni anticipate - assicura però Franceschini - penso che darei una percentuale molto bassa perché il presidente della Repubblica ha le idee molto chiare ed ha detto che sciogliere le Camere alla vigilia della legge di stabilità e con la legge elettorale attuale sarebbe un atto totalmente irresponsabile che lui non è disposto a fare. Nelle sue mani sagge ci sarà modo di evitare le elezioni». Quel che è certo è che né il premier né il Pd intendono farsi scaricare addosso la responsabilità della crisi. E ieri è stato il capogruppo dei deputati Pd, Roberto Speranza, ad incaricarsi di far sapere al Cavaliere che il tempo delle furbizie e dei colpi bassi è finito: «Basta ricatti. Berlusconi continua a cambiare le carte in tavola solo per problemi personali. L'Italia ha bisogno di lavoro e stabilità». La rabbia esplode al termine di una giornata convulsa, scandita da riunioni ufficiali e incontri riservati, che avevano lasciato aperta la possibilità di una vittoria delle "colombe" Pdl contro i "falchi". E invece il Cavaliere non ha permesso il dibattito e alla fine i "dissidenti" non hanno potuto far valere le proprie ragioni. Lo strappo dei ministri Pdl rispetto alla svolta estremista suggerita da Santanché, Capezzone e Verdini e fatta propria dal Cavaliere, non sembra ricucito e forse proprio questo aspetto può dare una chance al premier. Letta in questo momento non ha alcuna certezza ma è possibile che al termine del suo messaggio alle Camere qualche parlamentare del Pdl decida di voltare le spalle al Cavaliere. Qualche isolata defezione, però, non basterà perché, come ha ribadito Gugliemo Epifani, il Pd non intende accettare "governicchi" e maggioranze risicate: «Dico no a un governo fatto con un po' di voti di transfughi e che viva una vita stentata. Non spero in elezioni, ma non le temo». Un no secco ad ogni ipotesi di governicchio arriva anche da Massimo D'Alema, che invita Letta a fere bene i conti: «Se una parte rilevante del Pdl dovesse staccarsi e fare una scelta europea, questo dovrebbe essere considerato perché potrebbe rappresentare un scenario politico nuovo, ma se pensiamo alla possibilità di sopravvivere contando sul voto di qualche dissidente, non credo che una prospettiva di questo genere sarebbe plausibile». E non è un caso se il premier ha scelto di cominciare il suo giorno più lungo proprio al Senato, dove i numeri sono ballerini. I dissidenti del Pdl sono in gran fermento e si rincorrono le voci sulla formazione di un nuovo gruppo parlamentare di "responsabili" che sarebbe formato da 10-15 senatori. «Secondo me i voti ci sono, non ci dovrebbero essere sorprese» dice un senatore di Scelta civica. ©RIPRODUZIONE RISERVATA