LA NOSTRA STORIA

di Roberto Lodigiani wPAVIA «Ci portarono verso la periferia di Argostoli, in una località chiamata casetta rossa, dove c'era una villa con un muro di cinta. Il cappellano del 33° artiglieria, padre Formato, ci disse: "Ragazzi è la fine". Uscivamo in 4, 8, 12, il plotone di esecuzione era formato da 24 soldati tedeschi, 9 a turno eseguivano la fucilazione di 4 ufficiali alla volta, poi un sergente passava per dare il colpo di grazia». Arturo Loranti si salvò solo perchè era di Rovereto, entrata a far parte dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, dell'Alpenvorland annesso al Terzo Reich con Trento, Bolzano, Belluno e Trieste. Il pavese Luigi Cesare Poma, classe 1920, sottotenente del 317° fanteria, fu meno fortunato, venne fucilato a Cefalonia insieme a centinaia di altri ufficiali per la sete di vendetta nazista. «Luigi, al quale il Comune di Pavia ha dedicato una via cittadina – spiega Andrea Spada, funzionario dell'Amministrazione provinciale e capitano della riserva dell'esercito addetto ai servizi giornalistici (per lui già due missioni in Libano) – era un giovane insegnante. Il 18 settembre del '43 mantenne il fronte a Divarata fino all'esaurimento delle munizioni, poi fu catturato, tenuto prigioniero per alcuni giorni fino al 23 quando fu giustiziato». Spada, durante la visita estiva nei luoghi dell'eccidio, si è imbattuto in questa storia. Una delle tante, delle migliaia di tragiche storie per ciascuna delle vittime della divisione Acqui, sterminata dagli schutzen (molti dei quali sudtirolesi) della divisione alpina Edelweiss solo per non aver voluto cedere le armi e aver difeso il proprio onore e la fedeltà allo Stato italiano. Con Cefalonia, comincia la Resistenza e, come disse l'allora presidente Ciampi, comincia la rinascita dell'Italia democratica. La Acqui, nel 1943, era di stanza nella maggiore delle isole greche dello Ionio; un distaccamento, agli ordini del colonnello Lusignani, controllava la vicina Corfù. Al comando c'è il generale Antonio Gandin, che conosce bene i tedeschi per averci lavorato a lungo al fianco nello stato maggiore. E' amico personale dei feldmarescialli Keitel e Rommel, si è guadagnato anche l'ambita decorazione della croce di ferro. L'armistizio dell'8 settembre lo coglie di sorpresa, sorte condivisa con la stragrande maggioranza dei nostri comandi, in Italia e all'estero. Ad Atene, il generale Vecchiarelli, che è a capo dell'armata italiana in Grecia, si arrende già il 9. Ma Gandin tiene duro. La Acqui è nettamente superiore, per numero di uomini e armi, al piccolo presidio tedesco di Cefalonia, e spera di ricevere aiuto dalla madrepatria. Gandin apre le trattative con la Wehrmacht, cerca di guadagnare tempo, ma il re e Badoglio, dopo la vergognosa fuga da Roma a Brindisi, lo lasciano solo e neppure gli Alleati muovono un dito, anzi gli inglesi fanno rientrare precipitosamente un paio di corvette italiane dirette nell'isola. Così i tedeschi, già padroni del cielo, hanno il tempo per far affluire rinforzi, schiacciare nel sangue la Acqui e consumare la loro vendetta. Gandin è tra i primi a essere fucilato e il corpo gettato in mare, solo 3mila dei 12mila uomini della divisione scamperanno al massacro.