LA SINDROME DELL'OTTO SETTEMBRE

di LUIGI VICINANZA Tutti a casa. Arriva con 70 anni di ritardo Beppe Grillo. Nel 1943 fu il dramma dell'8 settembre. E pochi, davvero pochi, dal fronte riuscirono a tornare alle loro case. Nel 2013 invece è il pasticcio del 9 settembre, lunedì prossimo, il B-day ovvero il giorno di Berlusconi. L'ennesimo. Molti, davvero molti, intendono restare inchiodati alle loro poltrone. E' vero: quando la Storia sembra ripetersi, da tragedia si manifesta in farsa. Il comico triste si riproponeva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno; oggi a malapena gestisce con occhiuto piglio stalinista un non-partito in libera uscita. Cinque-dieci senatori pentastellati sarebbero pronti ad appoggiare una maggioranza alternativa alle larghe intese. Retroscena fondato o boccone avvelenato? Così è, se vi pare. Con buona pace di quegli otto milioni e 600mila italiani che hanno votato 5 Stelle per scombussolare un sistema, non per prolungarne l'inerzia. Tutta colpa del Partito democratico, si dirà. E come difendere un partito che, qualsiasi strada scelga di imboccare, la smarrisce alla prima curva. Letta o Renzi, ex democristiani o ex comunisti, governisti (ovvero sostenitori dello strano governo) o piazzisti (ovvero sensibili alla pancia delle piazze), un po' di qua o un po' di là. Senza mai decidere. Intanto il consenso evapora. Ma il protagonista principe di questa burlesca estate 2013 è sempre e comunque Lui: il Silvio nazionale, il pregiudicato più potente dell'Occidente, il Cavaliere della grazia e dell'amnistia. Il governo delle larghe intese e degli angusti risultati pende dalle labbra dei suoi continui penultimatum. Aspettando che passi questo fatidico 9 settembre, giorno in cui si riunisce la giunta del Senato incaricata di valutare la sua decadenza o meno dal seggio parlamentare. Eventualità, quella della decadenza, che se dovesse passare, verrebbe raccontata dalla propaganda berlusconiana come un golpe congiunto dei giudici e della sinistra. Un attentato alla sfibrata democrazia del più forte. Come Re Sciaboletta, quel Vittorio Emanuele III che l'8 settembre di 70 anni fa abbandonò in tutta fretta Roma, provocando lo sfascio delle istituzioni, per mettere in salvo se stesso e il trono che non aveva saputo onorare; così l'ex premier minaccia la notte della Repubblica se non dovesse riuscire a ottenere un salvacondotto per se stesso e garanzie per la salvaguardia della "roba" di famiglia, a partire dalla cassaforte Mediaset. Poco importa se si sfascia quel po' che ancora sta in piedi nel paese. Ricordare dunque quella tragica estate del 1943 dovrebbe aiutare noi italiani a riflettere sull'opportunismo e l'inadeguatezza dell'élite politica nazionale. Malattia endemica della nostra democrazia, pronta a riesplodere nei momenti di crisi. Come questa del 2013 nella quale ci stiamo dibattendo senza vederne soluzione. Una speranza tuttavia va pur sempre coltivata. Gli italiani sanno dare il meglio proprio quando tutto sembra perduto. Sosteneva nel lontano 1944 Benedetto Croce, il filosofo che fu tra i padri costituenti della nostra Repubblica: «Forse il pensiero della Patria (…) renderà più agevole la necessaria concordia nella discordia tra i partiti politici. (…) E nel bene dell'Italia troveranno di volta in volta il limite oltre il quale non deve spingersi la loro discordia». Parole d'altri tempi. Così dissonanti dalla violenza verbale di questi anni. E dalla volgarità dilagante. Se davvero il Cavaliere di Arcore vuol dimostrare di essere lo statista che dice di essere ha una sola possibilità: la bomba Berlusconi può essere disinnescata solo da un atto di responsabilità di Berlusconi stesso. Ma non credo che ciò accadrà. @VicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA