Obama prudente Attacco dopo il voto del Congresso Usa
di Andrea Visconti wNEW YORK Barack Obama ha deciso: attaccherà il regime del presidente siriano Assad per punirlo per avere ucciso più di mille civili usando armi chimiche. Ma ha deciso anche di attendere. Vuole che si pronunci il Congresso. Vuole che ci sia un dibattito e vuole che sia l'America intera attraverso il suoi rappresentanti alla Camera e al Senato a decidere se e quando far scattare un attacco missilistico. E in attesa che il Congresso metta la questione ai voti, il capo della Casa Bianca si impegnerà anche sul fronte internazionale per convincere i leader alleati ad appoggiare la posizione americana e ottenere il supporto dell'Onu. Da parte sua, ha ribadito ieri Enrico Letta, l'Italia «comprende» la volontà di agire di Usa e Francia, ma non intende partecipare a un intervento militare senza un mandato Onu. E al G20 di San Pietroburgo - ha annunciato - farà di tutto per trovare una «soluzione politica» alla crisi. Anche il presidente russo Vladimir Putin ha invitato a usare la prossima riunione del G20 per discutere della Siria, lanciando però un duro attacco agli Usa: le accuse a Damasco di aver usato le armi chimiche «sono insensate» e il premio Nobel per la pace Barack Obama «pensi alle future vittime in Siria». «Tecnicamente sono convinto di non avere bisogno dell'autorizzazione del Consiglio di sicurezza», ha detto ieri presidente americano in tono battagliero mentre annunciava che le atroci violazioni di Assad non finiranno impunite. «Ma sono anche convinto che quando agiremo sarà un'azione assai più forte e significativa se avremo seguito questo iter». Quando potrebbe avvenire un attacco? Obama ha lasciato nell'incertezza soprattutto il regime siriano. «Potrebbe essere oggi, la prossima settimana, o il mese prossimo», ha affermato il presidente Usa senza lasciare ombra di dubbio che le forze militari americane nel Mediterraneo rimarranno in posizione, pronte ad attaccare in qualsiasi momento il presidente dia l'ordine. Per il momento Obama esce indenne dall'isolamento in cui era finito nelle ultime ventiquattr'ore dopo il no del Parlamento britannico a David Cameron e il nulla di fatto in Consiglio di sicurezza. Esce indenne soprattutto dal rischio di venire paragonato a George W. Bush che nel 2002 attaccò unilateralmente l'Iraq nonostante l'opposizione della comunità internazionale e dell'opinione pubblica americana. Ma per lui il rischio rimane fortissimo. E se il Congresso dovesse dire no? Se la maggioranza repubblicana alla Camera volesse imbarazzare il presidente bocciando l'idea di un attacco militare punitivo? Cosa succederebbe per esempio se ci fosse disaccordo sul tipo di attacco con Obama che preme per un'azione limitata, senza truppe di terra e non con lo scopo di rimuovere Assad dal potere? I tempi di un possibile voto non sono ancora chiari. Il Congresso riprenderà i lavori lunedì 9 settembre dopo la pausa estiva. Immediatamente si aprirà un dibattito seguito da un voto. Ma la leadership della Camera e del Senato potrebbe decidere di anticipare la convocazione dei membri del Congresso per una sessione d'urgenza. «Rispetto il punto di vista di coloro che preferiscono la cautela», ha detto il presidente ieri, «ma pongo allora una domanda sia ai membri del Congresso che a ogni individuo nella comunità internazionale: che messaggio lanciamo a un dittatore che usa armi chimiche per annientare la popolazione e non subisce conseguenze? La nostra incapacità di agire potrebbe portare a una pericolosa proliferazione delle armi chimiche che metterebbe a grave rischio paesi come Israele, la Giordania e l'Iraq». ©RIPRODUZIONE RISERVATA