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di Maria Rosa Tomasello wROMA L'Onu invoca tempo, più tempo. Quattro giorni per permettere agli ispettori inviati in Siria di completare l'inchiesta sulla strage del 21 agosto: «Il Consiglio di sicurezza deve agire per la pace, è essenziale accertare cosa è accaduto» chiede il segretario generale Ban Ki-moon. Per gli Stati Uniti l'indagine è solo una tardiva formalità. Lo scrive Susan Rice, consigliere di Barack Obama per la Sicurezza nazionale in una mail all'ambasciatore americano al Palazzo di vetro: «La missione Onu ci dirà che le armi chimiche sono state usate. Non ci dirà chi le ha usate: questo già lo sappiamo» afferma. La prova principe, per gli americani, è la conversazione intercettata dai servizi segreti il 19 agosto, in cui un funzionario del ministero della Difesa siriana chiede al comandante di una unità per le armi chimiche spiegazioni su un attacco di gas nervino. Ma mentre anche negli Usa crescono le perplessità per un attacco senza l'ok del Consiglio di sicurezza, e 55 deputati ricordano al presidente Obama che il via libera del Congresso è un passaggio necessario, Londra a sorpresa frena gli alleati sull'intervento armato. Nel testo della mozione che il governo Cameron presenterà oggi ai Comuni, si chiede infatti che il Consiglio di sicurezza dell'Onu esamini il rapporto degli ispettori e sollecita ogni sforzo possibile per ottenere il sostegno dell'Onu. Dunque stop, almeno fino a lunedì prossimo, quando il dossier dovrebbe essere pronto, anche se, sempre ieri, il ministro degli Esteri inglese, William Hague, aveva affermato: «Se l'Onu fallisce, ci vuole comunque una risposta». Sulla stampa americana i tamburi di guerra continuano a rullare: attacco entro pochi giorni, con un'operazione che potrebbe durare più di 24 ore. La Casa Bianca ripete che «nessuna decisione è ancora stata presa», ma gli spazi di manovra della diplomazia sono limitati. Ieri si è conclusa con un nulla di fatto la riunione a porte chiuse dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: la Russia, che definisce l'attacco «una grave violazione del diritto internazionale», si è opposta assieme alla Cina alla bozza di risoluzione proposta da Londra sull'uso delle «misure necessarie» a tutela dei civili. «Non vediamo possibilità di una significativa azione del Consiglio, data l'intransigenza russa – ha commentato la portavoce del dipartimento di Stato, Marie Harf – non possiamo permettere alla paralisi politica di proteggere crimini». Nel secondo giorno di lavori degli ispettori sul terreno, l'impiego di armi chimiche, che secondo alcune fonti potrebbe essere stato ordinato da Maher al-Assad, fratello minore del presidente, viene confermato dall'inviato Onu, Lakhdar Brahimi: «Sembra che la sostanza usata abbia ucciso centinaia di persone» dice. Ma il regime torna a respingere le accuse e invia all'Onu un dossier in cui denuncia tre attacchi dei ribelli con armi chimiche: «Siamo già un uno stato di guerra» sostiene l'ambasciatore all'Onu Bashar Jafa'ari. Da Damasco arrivano gli avvertimenti del regime: «Gli occidentali inventano alibi per intervenire militarmente, ma la Siria diventerà il loro cimitero» tuona il premier Wael al-Halqui, mentre il vice ministro Faisal Maqdad lancia un oscuro presagio: Usa, Gran Bretagna e Francia hanno aiutato «i terroristi» a usare i gas in Siria: «Presto quelle armi saranno usate in Europa». Mentre la Germania preme per «un «soluzione politica», da Roma Enrico Letta conferma la posizione italiana: «massima libertà e celerità per gli ispettori Onu» e consegna dei responsabili degli attacchi al tribunale penale internazionale, mentre Emma Bonino sottolinea che, anche con un eventuale via libera dell'Onu l'intervento italiano non sarebbe automatico, ma dovrebbe essere oggetto di un «serio dibattito in Parlamento». ©RIPRODUZIONE RISERVATA