«I have a dream» Quel discorso cambiò la storia
di ANDREA VISCONTI Cinquant'anni fa, il 28 agosto 1963, nessuno si sarebbe immaginato che quel giorno avrebbe cambiato la storia dell'America. Non c'era neppure la certezza che i neri e i sostenitori dei diritti civili sarebbero andati a Washington per una grande marcia in risposta a un appello di Martin Luther King. E invece duecentocinquantamila persone scesero sulla capitale per sentire le parole del nero più potente mai esistito fino a quel momento. Cinquant'anni dopo sarà il primo presidente afro-americano a marcare la commemorazione. Sarà Barack Obama, affiancato dagli ex presidenti Jimmy Carter e Bill Clinton, a ricordare all'America che cinque decenni fa il reverendo Martin Luther King incitò gli americani a sognare un mondo basato sull'uguaglianza sociale. «Ho un sogno: che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo. Riteniamo che ci siano delle verità evidenti di per sè: che tutti gli uomini sono stati creati uguali». Il presidente Obama oggi prenderà la parola dai gradini del Lincoln Memorial, lo stesso luogo dal quale parlò Martin Luther King in quella rovente giornata di fine estate. Allora Washington, pur essendo la capitale, era una provinciale e assonnata cittadina del sud. Sarebbero passati anni prima che diventasse una città multietnica e internazionale e dunque l'assembramento di quel lontano giorno fu un avvenimento vissuto con apprensione. Quando King indisse una marcia per i diritti civili il timore era che sarebbe stata una giornata di violenze. C'era paura perfino per coloro che dal sud erano pronti a fare sacrifici per trovare un mezzo di fortuna con cui arrivare a Washington. Paura che i segregazionisti bianchi scatenassero la loro rabbia sui neri in viaggio verso la capitale. Si temeva che il messaggio di uguaglianza sociale avrebbe scatenato tensioni che neppure la polizia sarebbe riuscita a tenere a bada. Invece fu un giorno di dignitosa partecipazione di massa a un evento civile non solo nei contenuti ma anche nei modi. Decine di migliaia di neri si raccolsero su The Mall, la lunga distesa che si estende davanti al Lincoln Memorial. Per lo più erano vestiti a festa. "Sunday best", come si dice in America per sottolineare che per loro era un momento di dignità che meritava il vestito buono. Molti gli oratori che presero la parola quel giorno. Per primo parlò Philip Randolph, fondatore del primo sindacato nero in America. Fece seguito Eugene Carson Blake, un noto predicatore bianco. Fu poi la volta di John Lewis, presidente del comitato studentensco non-violento. Lewis, che allora aveva ventitré anni e ora è deputato in Georgia, criticò apertamente l'amministrazione Kennedy per non essere sufficientemente impegnata a mettere fine alla segregazione razziale. Per ultimo prese la parola Martin Luther King. Parlò per sedici minuti elettrizzando non solo la folla davanti a lui ma anche coloro che seguivano da casa la diretta televisiva di un avvenimento che stava lasciando l'America col fiato sospeso. «Fu un discorso meraviglioso», ricorda Julian Bond che allora aveva ventitré anni e ora è docente all'American University di Washington. «King espresse in modo magnifico e usando un linguaggio che tutti potessero capire che cos'erano le richieste di giustizia che il movimento per i diritti civili stava portando avanti. Si stava rivolgendo a una folla eppure aveva il tono come se stesse parlando individualmente a ognuno di noi». Al termine del discorso di Martin Luther King in modo spontaneo i presenti cominciarono a intonare "We Shall Overcame", un motivo gospel che era diventato l'inno ufficiale del movimento per i diritti civili. La canzone prendeva spunto da un inno religioso - "I'll Overcome Someday" - composto nel 1947 dall'afro-americano Charles Albert Tindley. Mentre la folla si disperdeva nessuno poteva immaginare che tre mesi dopo a Dallas John Fitzgerald Kennedy sarebbe stato assassinato. Il presidente americano non si era speso più di tanto a favore dei diritti civili ma nelle settimane precedenti alla marcia si era incontrato varie volte con la leadership del movimento. Aveva dichiarato che avrebbe appoggiato la marcia a condizione che si svolgesse in modo pacifico. Otto mesi dopo l'assassinio e meno di un anno dopo la marcia il presidente Johnson firmò la legge per i diritti civili. Da quel momento fu proibito discriminare nelle scuole, nel mondo del lavoro, nei locali e sui mezzi pubblici. Cinquant'anni dopo il sogno di Martin Luther King non è ancora del tutto realizzato. Un presidente nero è alla Casa Bianca ma la discriminante economica continua a penalizzare gli afro-americani che rimangono in fondo alla scala sociale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA