Fuoco dagli elicotteri Al Cairo è l'inferno

di Bijan Zarmandili wROMA Un'altra giornata di sangue in Egitto dove anche ieri i militari hanno sparato da terra e dall'aria sulla folla ed è cresciuto il numero dei morti. le vittime sarebbero almeno altre 95, forse di più. Il Paese continua a bruciare, mentre si chiudono di ora in ora i pochi spazi rimasti per una soluzione politica del conflitto tra i militari golpisti e il popolo dei Fratelli musulmani, determinato a tornare al potere con il presidente deposto Mohamed Morsi. I militari hanno annunciato la legge marziale, ma anche oggi i Fratelli musulmani sono decisi a tornare in piazza e si prevedono altre carneficine. Il venerdì di preghiera, il «giorno della collera» per la Fratellanza che mercoledì ha subito 630 morti (ma i pro-Morsi sostengono di aver sepolto ben 4.000 cadaveri), si è trasformato in un nuovo inferno. Iniziato poco dopo che dai minareti delle moschee nei diversi centri egiziani si è levato il canto dei muezzin che annunciavano la fine della preghiera. Per primo è partito un raduno di sole donne dalla moschea di Ennuor; poco dopo la folla, sempre più numerosa, si è ritrovata al Cairo, nel Sinai, ad Alessandria. Solo nella capitale ci sono stati 28 cortei decisi a sfidare il ministro degli Interni che aveva ordinato di sparare sui manifestanti senza alcun indugio. E i militari hanno sparato dai blindati, dai tetti, ma anche dagli elicotteri che sorvolavano la piazza Ramses, meta dei manifestanti fedeli a Morsi. Per terra sono rimaste decine e decine di corpi senza vita: una ventina, dicono le fonti ufficiali, ma altre fonti parlano di ottanta vittime, alcune di novantacinque, difficile stabilire il numero esatto. Negli scontri sarebbero rimasti uccisi anche 24 tra poliziotti e militari, mentre almeno dieci persone sono state uccise a Ismailiya, a nord-est del Cairo, dieci nei pressi dell'ambasciata Usa nella capitale. Ad Alessandria hanno aperto il fuoco anche i carri armati e i morti sarebbero 40. Altri sei a Mansoura e otto nella città di Damietta. I cortei al Cairo erano tutti diretti verso piazza Ramses, ma prima di arrivarci i militari hanno aperto il fuoco sulla folla già nel vecchio quartiere di Ana Seira, dove le vittime sono state almeno una ventina. Il troppo sangue versato nelle ultime 48 ore in Egitto è anche il terribile sintomo di uno stallo politico da cui difficilmente il Paese potrà uscire. Ancora ieri i militari hanno arrestato vari dirigenti della Fratellanza e ci sono notizie di irruzioni nelle case dei semplici aderenti al movimento islamico. Il leader spirituale della Fratellanza, Mohamed Badie, ha lanciato un appello alla sua gente a «resistere pacificamente fino a quando i golpisti non se ne andranno». La violenta repressione però ha già provocato altrettanto violente reazioni e a pagarne sono state le diverse comunità cristiane in Egitto, i copti per primi. Sono quaranta le chiese razziate, bruciate e distrutte nelle ultime ore, dieci dei cattolici, trenta degli ortodossi. Per fermare la devastazione dei luoghi di culto dei cristiani è intervenuto il movimento laico Tamarod, che ha manifestato al Cairo e chiesto ai militari di proteggere le chiese, oltre che enti pubblici e sedi istituzionali. Il dramma egiziano tuttavia è innanzitutto politico. Dopo le dimissioni del premio nobel El Baradei, il vice-premier, ieri anche Khaled Daud, il portavoce del Fronte laico di salvezza nazionale che partecipava al governo ad interim, ha dato le dimissioni. È sempre più distante dai militari, inoltre, l'imam Ahmed al-Tayyeb della grande moschea di al-Azhar, il prestigioso simbolo dell'islam sunnita in Egitto. L'uomo forte del regime, il generale al-Sisi, sordo agli appelli interni e internazionali per una soluzione politica della crisi, rischia quindi l'isolamento tra le stesse forze che fin qui lo hanno sostenuto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA