Camusso: «Non ci rassegniamo a perdere la Merck»

«In azienda il clima è di attesa e preoccupazione perchè, nonostante vertici e incontri, le cose non cambiano. Del resto la preoccupazione per il futuro è grande». Così Gianni Ardemagni della Cisl descrive il clima nello stabilimento della Merck (nella foto) a pochi giorni dalla chiusura per ferie: l'azienda di via Emilia bloccherà completamente la produzione per 15 giorni dall'11 di agosto al 25. «Molti colleghi partiranno per le ferie – spiega Giuseppe Capelli della Rsu – Molti avevno già prenotato le vacanze e manterranno gli impegni presi. Altri non avevano ancora fissato nilla e, fatti i propri conti sotto la minaccia della chiusura della fabbrica, hanno deciso di rinunciare di rimanere a Pavia». Intanto in azienda sono iniziate le visite di possibili acquirenti che potrebbero rilevare l'attività, mentre i sindacati stanno lavorando per non far dimenticare la loro vertenza in attesa del prossimo inconto al ministero che dovrebbe tenersi in autunno. «Abbiamo presentato una richiesta per un incontro con i vertici regionali per riprendere il discorso avviato al ministero. Inoltre stiamo incontrando i politici nella speranza di riuscire a sboccare la situazione: dal sindaco Alessando Cattaneo all'assessore Pietro Trivi, dal presidente della Provincia Daniele Bosone ai consiglieri regionali e agli onorevoli Chiara Scuvera, Gian Marco Centinaio, Luis Alberto Orellana, Alan Ferrari». di Linda Lucini wPAVIA «Non ci rassegniamo a veder chiudere aziende, licenziare dipendenti per l'ingordigia di imprenditori senza scrupoli». La segretaria della Cgil Susanna Camusso lo dice avendo ben in mente che Pavia, ex città operaia, rischia di perdere la sua ultima fabbrica. Come si può fermare la chiusura annunciata dalla Merck che porterà via il lavoro a 270 dipendenti e a 150 lavoratori dell'indotto? «Ogni azienda che chiude è un dramma per i lavoratori lì impiegati, per la comunità, per il territorio che perde valore e ricchezza. Sono ormai troppi i casi in cui vengono chiuse o delocalizzate aziende produttive e redditizie, veri e propri gioielli tecnologici che di certo non si può dire essere in crisi. Una situazione che si sta allargando in tutto il territorio nazionale. Fortunatamente, stiamo anche registrando una presa di coscienza forte del rischio connesso alla perdita di presidi produttivi strategici». Pavia non può permettersi di perdere un milione di Pil al mese, né tanto meno può ricollocare così tanti disoccupati visti i già tanti posti di lavoro già persi negli ultimi anni. Come se ne esce? «La situazione in cui versa il Paese è davvero drammatica. In molti casi il confronto con le istituzioni per cercare di risolvere i problemi legati alla gestione della crisi è un punto di partenza. È però necessario che accanto a politiche che preservino il lavoro e la capacità produttiva si metta in campo, a tutti i livelli, un piano concordato di politiche di rilancio e di sviluppo dei territori. Ciò che ritengo particolarmente sterile è continuare a perdere tempo, come si è fatto, nel dibattito tra Imu e Iva. C'è bisogno di affrontare rapidamente il nodo stesso della crisi economica: ridurre le diseguaglianze che per noi vuol dire intervenire sulla redistribuzione del reddito. La crisi di domanda che sta trascinando in basso il Paese si può arginare mettendo più soldi nelle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, prendendoli da chi ha attraversato indenne questi anni: quelli che vivono di rendite e di grandi patrimoni». A chiudere è uno stabilimento efficiente e all'avanguardia che la multinazionale ha deciso di eliminare per ragioni di profitto su scala mondiale. «Non solo multinazionali ma anche imprenditori italiani hanno letteralmente 'usato' il nostro territorio senza alcun tipo di responsabilità sociale, mosse dalla sola logica del profitto. Il tutto aggravato dall'atteggiamento tenuto in questi anni dai governi che si sono succeduti e che non hanno fatto sentire il peso e l'autorevolezza necessarie, accumulando così una serie innumerevoli di tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo dalle non facili prospettive. Mettere il lavoro al centro delle scelte politiche, come sosteniamo nel Piano del Lavoro, vuol dire proprio questo: individuare quelle politiche di sostegno alla crescita all'interno di un progetto complessivo che riguarda l'adozione di politiche industriali, il sostegno all'occupazione, la redistribuzione equa del fisco». Le multinazionali del farmaco sembrano voler guardare all'Italia solo come mercato di vendita e non più come territorio produttivo... «Il tassello che è mancato e manca all'azione dei policy maker è di non avere l'idea di una politica industriale per il Paese. Colpevole è anche il non aver sostenuto processi di ricerca e innovazione, processi che determinano quella conoscenza e quei saperi difficili poi da esportare, al contrario invece della sola produzione. C'è un problema di sistema che tocca diversi aspetti: l'aver detto per anni 'piccolo è bello', tranne scoprire poi le difficoltà di reggere la competizione globale; un sistema industriale che ha preferito l'investimento nella rendita e nella finanza, mentre il mercato respingeva prodotti sempre meno competitivi; il mancato investimento nei processi produttivi e nei prodotti, spostando l'asse della discussione sulla sola produttività del lavoro. Questi sono solo alcuni dei punti di crisi da aggredire per un paese che nel suo complesso dovrebbe farsi concretamente protagonista del gioco e avere il coraggio di volgere lo sguardo verso il futuro». La Cgil ha posto come priorità il lavoro dei giovani, ma come si potrà dare occupazione ad una nuova generazione se aumentano sempre più i genitori che il posto lo perdono? «Sì il lavoro per i giovani e per le donne sono per noi una priorità, così come lo è l'ampia fetta degli over 50 che il lavoro lo hanno perso. Priorità che si ritrovano all'interno del 'Piano del Lavoro', che ha come obiettivo la crescita attraverso la difesa e la creazione di lavoro. Noi crediamo infatti che il vero motore della crescita siano i lavoratrici e i lavoratori, nel riconoscimento pieno dei loro diritti e della loro dignità. Ed è su questo punto che crediamo serva un cambiamento, ovvero una netta inversione di tendenza dal modello liberista che ha teorizzato e praticato la diseguaglianza, svalorizzando il lavoro e la sua centralità. Queste le storture da sanare, che sono origine stessa della crisi, e che fanno del lavoro la sola via d'uscita». Secondo gli studi Cgil in Italia mancano 1,5 milioni di posti di lavoro per tornare ai livelli pre-crisi e per recuperarli ci vorranno decenni. Nel frattempo alle famiglie che risposte si devono dare? «Alle lavoratrici e ai lavoratori di questo Paese, coloro che hanno pagato il prezzo più duro in questi anni di crisi e che, allo stesso tempo, hanno offerto il contributo migliore per salvarlo, andrebbe semplicemente riconosciuto quanto loro dovuto. Di loro bisogna occuparsi, senza dimenticare quindi le responsabilità di chi ci ha condotto inermi in questa situazione. Occupiamoci dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani e delle donne di questo paese. Prendiamoci cura di tutti coloro che ne costituiscono la parte migliore, nel segno dell'equità e di una necessaria giustizia sociale».