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di Nicola Corda wROMA Decreti a rischio, fiducia inevitabile. Il Parlamento non può rallentare i lavori neppure per una giornata perché prima della pausa estiva si profila un vero ingorgo legislativo. Almeno sei i decreti del governo in corso di esame che per deputati e senatori vuole dire una marcia a tappe forzate. Ieri per il "decreto del fare" è scattata la prima richiesta di fiducia annunciata dal ministro per i rapporti con il Parlamento Franceschini, reduce da una trattativa fallimentare con i deputati di Grillo. «Avevamo ottenuto da tutti i gruppi, una notevole riduzione degli emendamenti ma i 5 Stelle in cambio del ritiro di 800 modifiche chiedevano l'accoglimento delle loro richieste, alcune senza copertura». Per il governo era impossibile dare parere favorevole e così è scattata subito la ritorsione dei grillini che hanno negato l'autorizzazione al voto di fiducia senza attendere le 24 ore, facendo saltare anche i lavori delle commissioni. Per oggi preparano un ostruzionismo in grande stile tanto che il voto finale del provvedimento potrebbe slittare a domani. «Un decreto per zittire il Parlamento - attacca Beppe Grillo dal suo Blog - Letta, ha posto la fiducia pur di non discutere gli 8 emendamenti presentati dal Movimento». La maggioranza però respinge l'accusa di blindatura e il voto di stamani sarà sul testo modificato dalle commissioni riunite «consentendo al Parlamento le sue prerogative». Ma l'ostruzionismo annunciato dai 5 Stelle fa rischiare uno slittamento di tutti i lavori delle due aule parlamentari che secondo i calendari preparati dai capigruppo di Camera e Senato dovrebbero andare avanti fino all'8 agosto. E il primo a subire un rinvio sarà il disegno di legge sul finanziamento ai partiti, che ha il bollino dell'urgenza e sul quale ieri lo stesso premier Letta ha sentito la necessità di mandare un nuovo avvertimento alle forze politiche: «Non consentiremo passi indietro sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, si tratta di una buona riforma». Resta lo spettro di un decreto, visto che sul testo licenziato da Palazzo Chigi pendono circa centocinquanta modifiche alcune delle quali fanno rientrare dalla finestra i contributi pubblici. Le minacce però, sembrano aver spinto la maggioranza a cercare un'intesa, nonostante le divisioni attraversino tutti i partiti. Renziani e falchi berlusconiani i sostenitori dei tagli radicali ma dentro il Pd e il Pdl c'è chi vuole interventi più morbidi e regolare meglio le risorse per non lasciare i partiti in mano alle lobbies dei grandi finanziatori. Ieri una riunione dei tre mediatori, Emanuele Fiano del Pd, Renato Balduzzi di Scelta civica e Mariastella Gelmini del Pdl ha consentito di fare passi avanti. Rischio rinvio anche per le norme sull'omofobia sulle quali nei giorni scorsi si è consumato uno scontro duro. Ora il testo licenziato dalla commissione Giustizia è protetto da un accordo di maggioranza ma a sinistra non vogliono rinunciare alle aggravanti sulle norme che assimilano i reati a sfondo razzista a quelli contro gli omosessuali e guardano ai Democratici invitandoli a «non cedere al compromesso al ribasso». Dalle parti del Pdl restano le divisioni, perciò viene mostrato poco entusiasmo anche nell'ala laica e così se le tensioni dovessero risalire il rischio di uno slittamento a settembre è molto alto. L'ingorgo legislativo mette in pericolo anche la legge costituzionale del Comitato Parlamentare per le riforme istituzionali. L'obiettivo del governo e del ministro Quagliariello era superare la prima lettura entro le ferie estive. Dopo quello del Senato manca ancora la Camera e l'ostruzionismo dei 5 Stelle punta a far saltare il crono programma dell'esecutivo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA