«Pronti a chiedere i danni allo Stato»
di Maria Rosa Tomasello wROMA Lo Stato si prepara a pagare un prezzo molto alto per avere restituito al Kazakistan Alma Shalabayeva e sua figlia. «Stiamo valutando l'opportunità di un'azione risarcitoria perché i danni, morali e materiali, sono ingentissimi. Dobbiamo avere l'input dei clienti, ma nei prossimi giorni ci muoveremo in tutte le sedi». Vincenzo Cerulli Irelli, ordinario di Diritto amministrativo alla Sapienza di Roma e legale della famiglia Ablyazov, annuncia che il costo dello scandalo sarà quantificato. E non sarà solo il «massacro dei servitori dello Stato» denunciato dal sindacato di polizia Siulp nel dire «no allo scaricabarile». Perché, secondo Cerulli Irelli, «la verità è che tutta l'operazione era preordinata a rimandare la signora in Kazakistan: è questo l'aspetto più grave». Nonostante lei avesse spiegato ai funzionari che la interrogarono che era la moglie di un dissidente e che nel suo Paese «era in pericolo di persecuzione». «Il perché di tutto questo credo sia abbastanza intuibile: ci sono collegamenti forti con il Kazakistan. Per il momento non sappiamo se ci sia stato un indirizzo politico, sappiamo che siamo di fronte a un'operazione di polizia illegale. Potrebbe essere stato un atto di cortesia tra servizi, ma questa è un'opinione personale» sottolinea l'avvocato. Di certo, «c'è stata una grave violazione dei diritti umani». Su cosa accadde in quei drammatici giorni che vanno dal 28 al 31 maggio, quando si consumarono il blitz e l'espulsione di Alma e della piccola Aula dopo la visita dell'ambasciatore Andrian Yelemessov al Viminale dovrà alzare il velo la relazione richiesta al capo della Polizia Alessandro Pansa, che in quei giorni non era ancora stato nominato alla successione di Antonio Manganelli. A reggere l'interim c'era il vice di Manganelli, Alessandro Marangoni. Quale fu la catena di comando che dall'ufficio del capo di gabinetto del ministro, Giuseppe Procaccini, portò la moglie di Mukhtar Ablyazov e la figlia su un aereo privato del Kazakistan? Perché nessuno fermò l'operazione, nonostante non fosse difficile accertare l'identità di Alma Shalabayeva, verificare che aveva un titolo di soggiorno valido nel Regno Unito, dove il marito aveva ricevuto asilo politico nonostante fosse ricercato da Kazakistan e Russia? Perché il passaporto della donna, poi risultato regolare, fu giudicato falso? E perché, soprattutto, viste le forti pressioni dei diplomatici, non fu informato il ministro, se Alfano continua a ripetere di avere appreso la vicenda solo il 3 giugno, da Emma Bonino? I funzionari in bilico per l'espulsione – dichiarata illegittima e revocata dal governo – sono tra i più alti. Il primo è Procaccini, che il 28 maggio apprende da Yelemessov della presunta presenza del «criminale» Ablyazov nella villa di Roma e dà il via all'operazione, affidando il diplomatico ad Alessandro Valeri, capo della segreteria del capo della Polizia. È lui che attiva la questura di Roma – il questore Fulvio Della Rocca e il capo della Mobile Renato Cortese – presumibilmente dopo avere informato il vice capo della Polizia, Francesco Cirillo, da cui dipende l'Interpol, e Marangoni. La Farnesina nega che la donna (come dice) abbia immunità diplomatica, e scatta il rimpatrio. Il provvedimento lo firma il prefetto Giuseppe Pecoraro, ma ci sono pure quattro provvedimenti dell'autorità giudiziaria. Una procedura su cui ora il Consiglio per i rifugiati chiede chiarimenti, mentre il sindacato di Polizia Anip chiede il blocco delle promozioni ratificate a giugno: troppi «salti» sospetti di dirigenti coinvolti nel caso kazako. ©RIPRODUZIONE RISERVATA