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di Maria Rosa Tomasello wROMA Da mare e da terra i custodi dell'orizzonte, gli isolani e i pescatori che tante volte hanno salvato e accolto, seguono con lo sguardo il Papa venuto sulla frontiera d'Europa a chiedere perdono per la tragedia dei sommersi che definisce «una spina nel cuore», per la «globalizzazione dell'indifferenza», per «chi si è chiuso nel proprio benessere che porta all'anestesia» dell'anima. Per coloro «che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi». Per una mattina, il giorno storico dello sbarco del Pontefice, Lampedusa si ferma. I negozi sono chiusi, non si vendono souvenir. È la risposta dell'isola ai timori di Jorge Bergoglio, preoccupato di non essere compreso nel suo gesto, un'emozione riassunta nello slogan che campeggia sullo striscione steso allo stadio: «Benvenuto tra gli ultimi». La gente è assiepata lungo le strade, al porto, in un'atmosfera di gioia ed emozione perché il capo della Chiesa ha scelto la piccola «zattera» del Mediterraneo per la sua prima visita pastorale, e perché è venuto a ricordare i morti, ma anche a ringraziare chi non ha mai smesso di strappare vite umane al mare. «Grazie per la vostra solidarietà» ripete. «Dovevo venire per forza» «Non potevo non venire, perché in questo mare sono sepolte ventimila persone» dice Francesco, ed è per le vittime della tragedia epocale dell'immigrazione che si raccoglie in preghiera sulla motovedetta Cp 282 della Guardia Costiera che, poco dopo il suo arrivo a Lampedusa, alle 9, lo porta sul cimitero liquido in cui decenni di tragedie hanno trasformato il Mediterraneo. Il Papa lancia sull'acqua la corona di crisantemi bianchi e gialli che riconsegna alla pace i morti senza nome scomparsi nei naufragi di «quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte». E mentre il cerchio di fiori si sfalda le decine di pescherecci che seguono Francesco suonano in memoria di chi non è più riemerso. «Abbiamo sofferto tanto» gli raccontano al suo sbarco i ragazzi arrivati sui barconi, un gruppo di cinquanta scelti per l'incontro, che il Papa saluta uno a uno stringendogli le mani. «Preghiamo per quelli che non sono qui» chiede Francesco. È un altro luogo simbolo, il molo Favarolo: qui mille volte sono approdate le barche dei disperati, ammassate poco lontano nel cimitero delle vecchie carrette, ed è qui che poco prima dell'arrivo del Pontefice sono state portate in salvo le ultime 165 persone che si sono aggrappate a Lampedusa. Diecimila per la messa Una campagnola bianca lo trasporta al campo sportivo, dove diecimila persone festanti sono in attesa. Il Papa sorride, bacia i bambini sollevati dalle mamme, stringe mani. In prima fila non ha voluto autorità, ma bimbi, disabili, migranti. E le autorità non ci sono, neppure in seconda o terza fila, a esclusione del sindaco Giusi Nicoli, né ci sono i principi della Chiesa, ma solo l'arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro, con il parroco di Lampedusa, don Stefano Nastasi. Tutto è semplice, sotto la luce diretta del sole: l'altare costruito su una piccola imbarcazione, il bellissimo pastorale fatto con il legno di un barcone, la gioia della gente, le onde azzurre dipinte sul muro. Confuso tra la gente che indossa cappellini bianchi e gialli c'è Claudio Baglioni, che da dieci anni cerca di rompere l'isolamento di Lampedusa con la musica. «Come una spina nel cuore» «Quando alcune settimane fa ho appreso la notizia degli immigrati morti in mare il pensiero vi è tornato continuamente, come una spina nel cuore, e ho sentito che dovevo venire qui a pregare – esordisce il Papa – a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze, perché quanto è accaduto non si ripeta». È un'omelia forte e commossa. Contro la mancanza di responsabilità: «Guardiamo il fratello mezzo morto e continuiamo sulla nostra strada – accusa – la cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle ma non sono nulla: sono l'illusione del futile, che porta alla globalizzazione dell'indifferenza». Cita Manzoni, perché l'indifferenza ci rende «innominati». Solleva interrogativi, a partire dalle domande di Dio a Caino: «Dov'è tuo fratello?». «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno». Tuona contro i trafficanti di esseri umani, che «sfruttano la povertà». Punta il dito verso tutti: «Non siamo più capaci di custodire il creato, né di custodirci gli uni gli altri». Chiede di pregare: «Domandiamo a Dio la grazia di piangere per la nostra indifferenza, sulla crudeltà che c'è nel mondo e in noi: chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?», e su chi «nell'anonimato» prende «decisioni socio-economiche che provocano questi drammi». Il grazie agli isolani Dal web un tweet raggiunge nelle stesse ore tutto il mondo: «Dio ci giudicherà in base a come abbiamo trattato i più bisognosi». Ma le sue ultime parole sull'isola sono per i lampedusani, per la loro «tenerezza»: «Vi ringrazio per l'esempio di amore che avete dato – conclude – sia il faro di tutto il mondo» conclude, citando le parole di monsignor Montenegro: «Lampedusa è diventata la tomba di tanti, ma è anche una lanterna accesa per la Chiesa, l'Italia, l'Europa intera». «O' scià» saluta Francesco: è l'espressione lampedusana che significa «mia vita, mio respiro» e la folla esplode, mentre il Papa, prima di andarsene si dirige verso la parrocchia, dove lascia un obolo alla Caritas, come un semplice pellegrino. ©RIPRODUZIONE RISERVATA