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di Bijan Zarmandili wROMA Il dopo Morsi è cominciato in Egitto con il giuramento di Adly Mansour, il capo della Corte costituzionale, chiamato dai militari all'incarico di presidente a interim. Prima di trasferirsi nel palazzo presidenziale di Ittahadeya, Mansour ha tentato di placare gli animi, riconoscendo che «i Fratelli musulmani sono parte della nazione», che lui farà ogni sforzo per celebrare le elezioni parlamentari, chiedendo ai giovani di «continuare a portare la bandiera della rivoluzione» e esprimendo gratitudine verso le forze armate perché «hanno unito il popolo». Il giudice Mansour, 65 anni, nativo del Cairo, è molto popolare e le sue parole sono state interrotte più volte dal giubilo delle piazze, ma le cancellerie delle potenze, quella statunitense in primo luogo, sono imbarazzate nel dover riconoscere che a deporre Morsi è stato un golpe in piena regola, e auspicano che ad Ittahdeya Mansour resti in meno tempo possibile. Nelle prossime ore sarà nominato un premier e sembra che il prescelto sia Mohamed El Baradei, l'ex capo dell'Aiea e nome noto alla diplomazia internazionale. Anche lui ha cercato frasi rassicuranti e ha promesso una «vera riconciliazione». Ma la dura repressione è in pieno svolgimento, con oltre 300 arresti tra i collaboratori di Morsi e dei capi dei Fratelli musulmani. Morsi è rinchiuso nel ministero della Difesa, la guida spirituale dei Fratelli musulmani Mohamed Badie e il suo vice Khairat el Shater nel penitenziario speciale di Torah Mahkoum, dove è rinchiuso anche Hosni Mubarak. Sono state chiuse le redazioni dei giornali vicino a Morsi e la sede della televisione Misr 25, l'emittente dei Fratelli musulmani. Nella notte non sono mancati poi nuovi morti, al Cairo, ad Alessandria, a Marsa Matrouh, nel corso degli scontri che hanno provocato almeno 14 vittime. Potrebbe però essere oggi la giornata di maggior pericolo: gli islamici hanno infatt indetto una grande manifestazione a favore di Morsi. Il sintomo più evidente del colpo di Stato in corso è la sospensione della Costituzione, che lascia in pratica mano libera ai militari. L'ambiguità politica e istituzionale al Cairo preoccupa soprattutto gli americani che ai militari egiziani hanno promesso aiuti pari a 1,5 miliardi di dollari. La Commissione del Senato Usa, che deve approvare tale somma, ha fatto sapere ieri che intende rivedere gli aiuti, e a esprimere tutta la preoccupazione americana è stato lo stesso presidente Barak Obama: «Faccio appello alle forze armate egiziane affinché agiscano rapidamente e responsabilmente per restituire piena autorità ad un governo democraticamente eletto», ha detto il presidente, mentre il segretario alla Difesa Chuck Hagel telefonava all'uomo forte dell'Egitto, il generale Abdel el Sissi per conoscere le sue vere intenzioni verso il futuro del paese. Berlino intanto giudica la vicenda egiziana come «una grande sconfitta della democrazia» e l'Ue spinge perché siano celebrate al più presto le elezioni. Emma Bonino Ha detto che la situazione è «in assoluta evoluzione», auspicando prudenza. Anche l'Onu e la Nato hanno fatto sapere che seguono gli avvenimenti, chiamando le parti al rispetto della legge. E' significativa tuttavia la reazione d'Israele, paese vincolato da un difficile accordo di pace con l'Egitto: Netanyahu, secondo una agenzia francese, ha chiesto ai suoi di scegliere il silenzio assoluto sulla crisi in Egitto, ritenendola un affare interno di quel paese. Chi vede nel golpe in Egitto un pericolo per il proprio futuro è invece il turco Erdogan, ricordando che appena alcune settimane fa il suo governo islamico è stato sotto assedio di milioni di turchi a piazza Taksim. ©RIPRODUZIONE RISERVATA