Il Papa tende la mano agli ebrei
ROMA «Per le nostre radici comuni un cristiano non può essere antisemita». Nel solco del cammino dei suoi predecessori, sgorgato dal Concilio, ma anche grazie alla sua storia personale di amicizia con il rabbino argentino Abraham Skorka, Papa Bergoglio ha tracciato la sua visione del rapporto tra ebrei e cristiani. L'occasione è stata l'udienza, nella sala dei Papi del palazzo Apostolico, ai membri della delegazione dell'International Jewish Committee on Interreligious Consultations, primo incontro con un gruppo così rappresentativo dell'ebraismo mondiale. Il Pontefice ha poi rimarcato che la Chiesa «condanna fermamente gli odi, le persecuzioni, e tutte le manifestazioni di antisemitismo». Ha anche ricordato l'impulso dato dai suoi predecessori al dialogo, con «gesti e documenti». La «Nostra Aetate», nata dal Concilio ecumenico Vaticano II è così importante per il dialogo ebraico cristiano, perché in essa «la Chiesa riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già nei patriarchi, in Mosè e nei profeti». Inoltre il Concilio ricorda l'insegnamento di san Paolo «secondo cui i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, e condanna fermamente gli odi, le persecuzioni, e tutte le manifestazioni di antisemitismo».