QUESTI GIOVANI SNOBBATI DALLE GRANDI

di STEFANO TAMBURINI Era appena un anno fa, di questi tempi. Marco Verratti, neanche 20enne, aveva da poco finito di giocare (e vincere) un campionato di B con classe cristallina e intelligenza da veterano del centrocampo. Il ragazzino di Manoppello vestiva la maglia del suo Pescara e nessuno ebbe la voglia di portarlo in una grande squadra italiana. Non era tanto la somma da investire – più o meno gli stessi soldi che l'Inter ha poi sborsato per il croato Mateo Kovacic – era la mancanza di lungimiranza a frenare chiunque. Così ci ha visto più lungo di tutti Carlo Ancelotti che lo ha voluto al Paris Saint Germain. E pensare che proprio in quei giorni il ct azzurro Cesare Prandelli un bel segnale l'aveva mandato, chiamando il ragazzino al preraduno della nazionale che stava per partire per gli Europei. Marco, da allora, ha già giocato tre volte con la nazionale maggiore, nell'amichevole con l'Olanda ha segnato il gol del pari e stasera in Israele tenterà di condurre gli azzurrini in finale. Quella di Verratti è una storia emblematica, che rappresenta un movimento che – al di là dei risultati sul campo – ha molto da imparare da ciò che avviene in Spagna e Germania, paesi che coltivano da anni settori giovanili dove i potenziali campioni non escono mai per caso. Da tre anni in Italia il coordinatore delle selezioni giovanili Arrigo Sacchi sta cercando di cambiare il corso di una storia sbagliata ma è difficile immagine che possa arrivare a lavorare come i suoi colleghi tedeschi e spagnoli che sui giovani hanno di fatto pieno controllo e non devono fermarsi ai diktat delle singole società; è costretto ai piccoli passi ed è già una buona cosa che lo stesso Verratti e anche i milanisti El Shaarawy e De Sciglio si siano già affacciati alla grande ribalta. Ma è più un frutto della crisi: se il Milan non fosse stato costretto a vendere, avrebbe mai avuto il coraggio di affidarsi a loro? La risposta, come spesso accade, è tutta nei numeri: fra il 2010 e il 2012 i ragazzi dell'under 21 hanno racimolato appena 18 presenze nelle coppe. I tedeschi sono arrivati a 84, gli spagnoli a 120. Insomma, anche vincendo in Israele, dopo non cambierebbe la lista delle priorità. Purtroppo non sarà facile e, a questo proposito, la miglior sintesi sta nelle recenti parole di Sacchi: «Gli italiani le cose le fanno meglio degli altri, il problema è fargliele fare». @s__tamburini ©RIPRODUZIONE RISERVATA