Morte La Rosa, il ministro riferisce in un'aula vuota
ROMA Aula di Montecitorio, nove di mattina. Il ministro della Difesa Mario Mauro si appresta a leggere la sua informativa sull'uccisione del maggiore Giuseppe La Rosa sabato scorso in Afghanistan. Ma, davanti agli scranni deserti - presenti solo una cinquantina di deputati - non può fare a meno di manifestare «profonda amarezza». Più tardi arriva la "giustificazione" della presidente della Camera, Laura Boldrini. Le assenze, spiega, sono dovute anche ai concomitanti lavori delle commissioni. Mauro ricorda che l'informativa era stata richiesta dagli stessi parlamentari e dunque «ringrazio di cuore i presenti ma mi si consenta di esprimere profonda amarezza, a fronte di quello che è accaduto in Afghanistan, nel vedere quest'Aula vuota. La vita di Giuseppe La Rosa è quel fatto a cui siamo tutti chiamati a guardare se vogliamo capire il senso della nostra missione. A chi dovrebbe guardare la politica in Italia - chiede nella sua denuncia - se non ad un uomo come La Rosa per comprendere l'ampiezza e la profondità delle proprie ambizioni e la grandezza della vocazione a cui siamo chiamati?». Dopo qualche ora la presidente della Camera si sente in dovere di intervenire. Sulla scarsa partecipazione dei deputati, spiega Boldrini, «può aver influito anche il fatto che nella stessa mattinata fossero previsti lavori di varie commissioni. È una ragione in più - auspica - per giungere quanto prima ad una diversa organizzazione delle attività, che tra l'altro riduca i rischi di sovrapposizione». Quanto all'attacco, è stato un ventenne di Farah, Walick Ahmad, ricostruisce il ministro, a salire sul Lince italiano e buttarvi dentro la granata che ha ucciso il maggiore La Rosa. I talebani avevano invece attribuito l'azione ad un undicenne. Si è trattato, osserva Mauro, di «vera e propria guerra psicologica, con la diffusione dell' informazione che l'attentatore fosse un bambino di 11 anni, facendo percepire quasi un atto eroico e di partecipazione popolare». L'attentato, prosegue, è stato «accuratamente preparato, ha goduto della complicità di alcuni civili e, forse, di un poliziotto». Il presunto autore, che è stato arrestato, avrebbe poi agito una seconda volta contro un mezzo italiano e si è assunto «piena responsabilità» dei due atti dicendo di avere operato da solo. Accertamenti sono in corso da parte delle autorità giudiziarie afgane e l'attentatore è stato riconosciuto da uno dei militari scampati all'attentato di sabato, ascoltato dalla procura di Roma. Il ministro ha riferito poi che «l'intendimento del governo è di proseguire la partecipazione alla missione Isaf concludendola, secondo i tempi stabiliti, nel 2014». Nessuna accelerazione del ritiro (circa 3.100 unità) dunque. E dopo il 2014 l'Italia non lascerà l'Afghanistan, avendo dato la disponibilità a partecipare alla nuova missione internazionale, che si chiamerà "Resolute Support". Non sarà, assicura Mauro, «una missione combat, non è prevista la lotta al terrorismo ed al narcotraffico».