I DILEMMI DEL PARTITO CHE NON C'È

di LUIGI VICINANZA Partito di lotta e di (sotto)governo. Dura la vita per i dirigenti del Partito democratico. Usciti non-vincitori dalla prova elettorale di febbraio si ritrovano con il loro vice-leader a Palazzo Chigi, Enrico Letta, e non riescono a farsene una ragione. Perché dopo essersi incaponiti a sostenere il pre-incarico a Bersani senza avere i numeri per farselo votare; dopo aver rincorso inutilmente i 5 Stelle; dopo aver sacrificato sulla strada del Quirinale prima un galantuomo come Franco Marini e poi addirittura Romano Prodi, l'unico per due volte vincitore su Berlusconi; dopo aver litigato con uno di sinistra come Stefano Rodotà; dopo aver supplicato Napolitano di accettare un mandato bis mai sperimentato prima; ebbene dopo questa sequenza di errori commessi in meno di due mesi, si ritrovano a governare con Alfano, Quagliariello e la Lorenzin. Sotto l'ipoteca del nemico ventennale, l'inossidabile Silvio B. Impietosi, per quel che valgono, i sondaggi: il Pd è calato al 22,6 per cento, ben cinque punti sotto il Pdl e alla pari con M5S. Così rileva Swg. Mentre per un altro istituto, Ipr marketing, meno della metà degli italiani ha fiducia nello "strano" governo: 45 per cento, appunto. Pertanto il malpancismo si diffonde come virale nel primo gruppo parlamentare di Montecitorio, più seggi che voti. Uniti solo nel farsi la lotta interna. Governisti e piazzisti. Spaccati tra chi sostiene le larghe intese per arrivare almeno fino al 2014 e chi strizza l'occhio alla protesta sociale di piazza e al movimentismo grillino. Un partito sempre più senza un orizzonte condiviso e ancor più, a quanto pare, senza memoria storica. Da quando è stato conferito l'incarico a Letta, il 24 aprile, nel Pd è scattata la sindrome della "vittoria mutilata". Senza mai prendere atto della realtà: la sconfitta rovinosa sancita dal responso delle urne. La dirigenza Pd non ha fatto il minimo sforzo di analisi per spiegarsi i motivi che hanno spinto quasi 10 milioni di italiani a votare ancora per Berlusconi e i suoi alleati, nonostante tutto. Si ostinano così a non voler studiare e interpretare la realtà italiana. Mentre bisognerebbe partire da un dato storico in vista del congresso del prossimo autunno: in Italia la sinistra è forza minoritaria. Dal dopoguerra in poi. Senza eccezioni. Anche quando nel 1996 conquistò per la prima volta Palazzo Chigi con Prodi e Veltroni: la coalizione Pds/Ulivo ottenne 16 milioni di voti pari al 43,3 per cento, circa 450mila voti in più del Polo berlusconiano. Ma in quella tornata elettorale la Lega Nord decise di correre da sola raggiungendo la più alta percentuale di sempre, 10 per cento, con oltre 3 milioni e 700mila voti. Dunque l'esperienza di governo più lunga ancorché tormentata del centrosinistra fu comunque di minoranza rispetto al consenso espresso dagli elettori. Cifre facilmente verificabili consultando il prezioso "Archivio storico delle elezioni" del ministero dell'Interno (www.interno.gov.it). Dieci anni dopo, nel 2006, Prodi fece il bis con l'allegra alleanza dell'Unione, da Mastella a Bertinotti: 19 milioni di voti, il 49,8 per cento. Uno scarto di appena 25mila voti sul Cavaliere. Coalizione tanto disomogenea quanto destinata a fallire. Puntualmente nel 2008. Perché la sinistra italiana non convince e neppure vince, sebbene la nascita del Pd sia stata presentata come discontinuità innovativa rispetto al passato? In appena cinque anni, dall'esordio nel 2008 a oggi, questo partito passa da 12 milioni di voti (33,2%) agli attuali 8 milioni 644mila (25,4%) perdendo quasi 3 milioni e mezzo di consensi, ponendosi come blocco di potere di conservazione anziché di rinnovamento (l'usato sicuro di Bersani). Salvo poi cinguettare con chi preferisce la comoda opposizione che lava le coscienze alla fatica della risoluzione dei problemi degli italiani. E' la natura irrisolta di questa sinistra che non c'è. Pronta al veto nell'illusione di mettere fuori gioco Berlusconi o Grillo (meglio ancora se tutti e due insieme), senza esser stata capace di sconfiggerli con il voto. Prigioniera della sua arrogante minorità. Perché non sa essere quel che dovrebbe essere: radicale nella visione, riformista nella pratica. @VicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA