«Dalla violenza verbale rischio eversione»

Dagli anni di piombo si devono trarre delle lezioni: una di queste è che la violenza, a volte anche quella verbale, può portare all'eversione e va quindi fermata prima che si trasformi in una malattia della democrazia. È la "giornata della memoria" che ricorda le vittime del terrorismo e Giorgio Napolitano - in una cerimonia al Senato - cerca di "leggere" gli insegnamenti di quel periodo durissimo per la tenuta della Repubblica. E li attualizza, usando per la prima volta la terribile parola «eversione», accostandola alle manifestazioni più estreme dell'antipolitica che da anni bombarda le istituzioni nel suo complesso. Senza distinzioni; è questo che il presidente della Repubblica non accetta. «Se il Quirinale è la casa degli italiani, i palazzi del Parlamento non sono i luoghi di un'oscuro potere, ma i luoghi della sovranità popolare e della sua rappresentanza democratica. Basta identificarli come i luoghi dell'oscuro potere», dice il presidente mentre l'aula del Senato applaude a lungo. Se ora si vivono «momenti difficili», in quegli anni non così lontani l'Italia dovette affrontare «vicende tragiche» e le superò anche se, come ha spiegato Pietro Grasso, la politica lasciò correre troppe parole e capì la portata del fenomeno terrorista solo dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro. Per questo Napolitano ha voluto fare un passo in avanti nella scala dell'allarme: «La violenza va combattuta e fermata prima che si trasformi in eversione. In questo momento - ha sottolineato il presidente - non possiamo essere tranquilli di fronte al riemergere di estremizzazioni violente, anche solo su piano verbale o della propaganda politica».