«Fiera di mio padre non credo che potrò perdonare»
di Maria Rosa Tomasello wROMA «Non so, non credo che potrò perdonare. Adesso devo pensare, tra i due chi ha perso sono stata io». Ha l'aria fiera e fragile, gli occhi scuri cerchiati dal pianto, Martina, 23 anni, figlia di Giuseppe Giangrande, il brigadiere caduto sotto i colpi di Luigi Preiti sabato mattina davanti a palazzo Chigi. Il bollettino medico del policlinico Umberto I di Roma parla di «condizioni stazionarie nella gravità», con segni di «danno midollare ai quattro arti». Quando, in mattinata, la sedazione farmacologica viene sospesa «per verificare lo stato di coscienza», Giangrande è «vigile e lucido», respira da solo, riconosce la figlia: «Ha mosso le palpebre, le spalle, ha cercato di rassicurarla, come a dire: "vai a casa, non è successo nulla"» racconta Pietro Giangrande, fratello del carabiniere ferito che, poco dopo, viene sottoposto nuovamente a sedazione farmacologica. Per stare accanto al padre Martina ha deciso di lasciare il lavoro, lei che ha già perso la mamma: «Proprio oggi sono tre mesi che è mancata – dice in una conferenza stampa dove arriva circondata dai colleghi del padre e dai vertici dell'Arma – Ora dovrò rimodulare la mia vita, come avevo già fatto. Ieri mi sono licenziata. Penso solo a mio padre e a me, perché siamo in due. Ci definivamo un piccolo esercito sgangherato, ma oggi siamo in un deserto e siamo un mezzo esercito e molto sgangherato. Sono fiera di mio padre, che ha dedicato tutta la sua vita alle istituzioni». Commuove tutti, Martina, con la sua semplicità e la sua forza: «Spero che questo episodio possa far migliorare le cose, spero in un mondo migliore. Come dicono le miss» sorride. E ringrazia. L'Arma dei carabinieri e «i rappresentanti delle istituzioni che mio padre stava con orgoglio proteggendo, che mi hanno trasmesso tranquillità». Laura Boldrini, soprattutto: «Mi ha toccato molto la sensibilità della presidentessa della Camera, vorrei incontrarla di nuovo». Per starle accanto sono arrivati dalla Sicilia i fratelli del padre: «Non è sola, le staremo vicino» dicono Ciro e Pietro. Ma il gesto di Preiti è ingiustificabile: «Non si può perdonare uno che fa male a un'altra persona che è in giro a guadagnarsi il pane, neppure se è disperato – dice Ciro Giangrande – Non oso condannarlo né perdonarlo». Di Giuseppe Giangrande parla il tenente colonnello Ciro Trentin, comandante del 6° battaglione Toscana, a cui il brigadiere appartiene, da sabato meta di una processione di cittadini che portano messaggi di solidarietà: «È un uomo di grande esperienza, sempre in prima linea. Era il comandante del dispositivo quando i fatti sono accaduti. Sebbene abbia 50 anni è stato disposto a mettersi in gioco, è venuto da noi al battaglione. Un grand'uomo». Dei suoi uomini dice: «Sono riusciti a rimanere freddi: hanno visto che Preiti aveva finito i colpi e l'hanno bloccato». Al collega pensa Francesco Negri, ferito con lui nella sparatoria, ma ricoverato in condizioni meno serie (sarà nuovamente operato per sistemare la frattura alla gamba destra) all'ospedale San Giovanni, dove ieri ha ricevuto la visita della portavoce del M5S Roberta Lombardi. «Il mio dolore è per lui. Qualsiasi dolore – dice riferendosi a Preiti – non può sfociare nella violenza gratuita, è assurdo. Ci siamo resi conto solo di lui quando siamo stati colpiti – racconta – non abbiamo avuto modo di vederlo, di poterci allertare». Nei momenti successivi agli spari, spiega Negri, «abbiamo evitato di usare le armi perché, anche se la piazza era chiusa, passanti e turisti erano tanti e rispondere al fuoco sarebbe stato molto pericoloso». Solo un caso ha evitato che un terzo carabiniere restasse ferito: uno dei colpi ha trapassato il giubbotto antiproiettile, ma si è fermato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA