Renzi: sanare la spaccatura nel partito
di Maria Berlinguer wROMA Pier Luigi Bersani prova a uscire dall'angolo in cui si è cacciato dopo la clamorosa sconfitta di Franco Marini e lancia le primarie tra i parlamentari per scegliere il nome del nuovo candidato al Quirinale. «Bisogna prendere atto di una fase nuova» dice il segretario del Pd, dopo la debacle annunciata del candidato condiviso con Berlusconi e Monti ma impallinato da almeno duecento parlamentari e grandi elettori Pd. La resa dei conti nel partito è solo rinviata. Se ne comincerà a parlare dopo, quando almeno la grana Quinale sarà acqua passata. Persino nel gruppo dei fedelissimi del segretario comincia a prendere quota la possibilità di un cambio al vertice del Pd, di un passo indietro del segretario. E ora più che mai è Matteo Renzi il personaggio sul quale si concentrano timori e speranze. Renzi, appena Bersani ha annunciato la «fase due», si è messo in moto. Ieri sera è arrivato a Roma per una cena con i suoi parlamentari. Bersani ha smentito che fosse previsto un faccia a faccia con il sindaco rottamatore, tuttavia si è detto disponibile a incontrarlo. Renzi è sbarcato nella capitale preceduto da parole durissime con le quali addossa totalmente il fallimento dell'operazione Marini al gruppo dirigente di Largo del Nazzareno. «A questo punto è evidente che Marini è saltato, possono darci degli indecenti quanto vogliono ma questi due mesi sono stati una clamorosa e indecente perdita di tempo», tuona. Poi, arrivato nella capitale smorza i toni. «Vediamo cosa dirà Bersani all'asssemblea dei gruppi, c'è da scegliere un presidente che duri fino al 2020, vediamo se ce la facciamo», dice. Quanto alla spaccatura, Renzi assicura che l'obiettivo «non era abbattere Marini ma eleggere un presidente che rappresenti gli italiani». Per il primo cittadino di Firenze però non è detto che la frattura non sia ricomponibile: «Speriamo che domani sia superata». «La spaccatura nel partito l'ha provocata chi non ha gestito questo passsaggio come nel 99 e nel 2006», dice con un riconoscimento a Prodi che gestì l'operazione Ciampi e a Massimo D'Alema che portò Napolitano al Qurinale. Ma il malumore del Pd non è solo tra i renziani. Tanto Walter Veltroni che Matteo Orfini chiedono al segretario un cambio di passo. «Marini non è passato, a questo punto bisogna fermarsi e trovare una soluzione diversa», dice Orfini che assicura di aver votato Marini alla prima conta pur essendo contrario per disciplina di partito. «Bisogna fare quel che era giusto fin dall'inizio, per il Quirinale bisogna scegliere una personalità indipendente da offrire a tutto il Parlamento, spiega Veltroni citando il modello Ciampi. «Il Pd ha vissuto uno dei momenti più drammatici della sua storia e Bersani è sul banco degli imputati», rincara Gentiloni. Per ora a chiedere apertamente le dimissioni di Bersani è solo il sindaco di Bari, Michele Emiliano. Ma c'è da giurare che la pattuglia dei «congiurati» è destinata a crescere. Soprattutto se «la fase due» lanciata dal segretario del Pd non sanerà la frattura. «Secondo me la sfida è tra Prodi e D'Alema», avverte PippoCivati che ha lanciato la candidatura secca di Romano Prodi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA