Berruti: io e lui come Platone e Aristotele

«Scompare un asceta dello sport, interpretato sempre con ferocia, volontà, determinazione». Livio Berruti, medaglia d'oro nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960, ricorda così Pietro Mennea, morto ieri nella Capitale. «Mennea - aggiunge l'atleta - è stato un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza. All'atletica italiana manca questa grande voglia di emergere e di mettersi in luce». «Tra noi c'è stato un rapporto molto dialettico», ricorda ancora Berruti. «Per lui l'atletica era un lavoro, io lo facevo per divertirmi; lui era pragmatico, io idealista. Il nostro è stato uno scontro, come tra Platone e Aristotele». In tema di esempi per i suoi successori, Mennea ne diede uno che valeva per tutti, la «capacità di sapersi sacrificare», spiega ancora Berruti ricordando la caparbietà e il metodo dell'amico scomparso dopo una lunga, feroce malattia contro la quale combattè, come sempre, come un leone. «L'atletica ha bisogno di una voglia particolare per mettersi in luce, perché è uno sport duro in cui spesso si è soli ad allenarsi. I giovani oggi hanno meno voglia di sacrificarsi e la scomparsa di Pietro rischia di accentuare questa tendenza: lui non aveva una corsa spontanea, una dote naturale, ma grazie agli allenamenti imparò, sotto la guida per professor Vittori, ad aumentare la resistenza, che per lui fu fondamentale per vincere». «Per me lo sport - ricorda ancora Berruti - era divertimento e liberazione, ma fatto in maniera gioiosa. Per lui lo sport era sofferenza e determinazione. Era una forma esasperata di concentrazione, per arrivare al risultato».