Un bambino e un solo pedale nel mondo di Alessandro Morelli
PAVIA Gleng, gleng, gleng... Il pedale della vecchia bicicletta ritmava contro il carter come una mazza contro un tamburo. Stanca e malconcia la vecchia bici tentennava un precario equilibrio su una terra sordida e polverosa. Seduto su un sellino di stracci stava Amin. Pedalava tra i vicoli miseri e tristi di un borgo alle porte di Kabul, dove il deserto regna anche nell'animo della gente. Amin metteva una forza orgogliosa nella sua pedalata, una forza che gonfia il cuore e rende liberi. Un bimbo di dieci anni esaltato dal suo stesso slancio, immagine tangibile del vento. L'unico pedale della sua bicicletta trascinava una catena provata da chilometri di trazione, ma quella mutilazione meccanica ad Amin non importava più di tanto. A dirla tutta a lui non sarebbe neppure servito un secondo pedale. Una mina antiuomo gli aveva lacerato una gamba, come un petardo all'interno di una lattina. Ma pedalava, nel silenzio arido dei vicoli del borgo, lui pedalava; nel silenzio delle facce rassegnate della gente, lui pedalava; nel silenzio del dolore, lui pedalava. E a fargli compagnia era solo il ritmo monotono del pedale contro il carter. Gleng, gleng, gleng... Alessandro Morelli