Fuga e avventura da piccoli nel ricordo di Giovanni Vitrano

PAVIA Frequentavo ancora le scuole elementari (pubbliche), ogni mattina preghiera al crocefisso in classe prima di sedermi al fianco dello storico compagno di banco: io ero quello buono, tranquillo e pacato. Lui era più agitato e capitava che si prendesse sberloni dalla Signora Maestra. Al pomeriggio via in strada a giocare a calcio tranne quando passava il compagno di banco, allora si usciva in bici (appassionato di tutti i mezzi a due o più ruote....). Così una volta "esagerammo" un po'. Dicendo ai genitori che andavamo a fare un breve giro in bici finimmo in una tangenziale iniziata da qualche anno e mai aperta, che sbucava al termine di una collina in attesa della costruzione del ponte che la collegasse alla collina di fronte (l'avrebbero finita tanti anni dopo). Non potevamo certo fermarci lì e continuammo su strade sterrate fino a raggiungere, risalendo non senza fatica, la parte opposta della collina. Arrivati dalla parte opposta del paese continuammo il giro fino a rientrare a casa a fine giornata, quasi al tramonto. Ricordo ancora mia madre furente che non sapeva se piangere o urlare, già pronta ad avvertire le forze dell'ordine e mio padre che tentava di calmarla. Crisi familiare e promesse (vane) di non farlo mai più. A me rimase il sapore di aver guadagnato un pezzo di libertà, di essermi lanciato alla scoperta del mondo con le mie forze, a cavallo di una bicicletta. Ogni tanto ritorno al mio vecchio paese e capita di reincontrare il sodale di tante avventure, e ricordiamo quella prima fuga. Ora è lui il ragazzo tranquillo, cattolico e conservatore. Io ho preso altre strade, ma la bici e la fuga continuano ad unirci. Giovanni Vitrano