La versione essenziale dei "Karamazov" di Brie

PAVIA Il regista argentino Cesar Brie, fondatore della Comuna Baires e del Teatro de Los Andes, approda questa sera alle 21 al Teatro Fraschini con una compagnia teatrale tutta italiana, e porta in scena la sua versione liberamente tratta da "I fratelli Karamazov" di Fedor Dostoevskij (Altri percorsi, info biglietti, da 14 a 5 euro, al numero 0382.371214, acquistabili in teatro, dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 19). La storia ruota intorno alla figura di Fedor Karamazov, uomo dissoluto e avido e padre di quattro figli: Dmitrij, violento ma generoso, Ivan intellettuale raffinato, Aleksej, illuminato dalla fede, novizio nel convento di Padre Zosima e Smerdjakov, illegittimo ed epilettico, tenuto in una condizione di servo, carico d'odio verso il padre e i fratelli. Grushenka, giovane usuraia pronta a concedersi per denaro, accende la passione nel vecchio Fedor ma, nello stesso tempo, anche nel figlio Dmitrij, scatenando una feroce rivalità tra i due. Quando Fedor viene ritrovato morto e l'accusa cade proprio su Dmitrij, la situazione precipita: Ivan scopre che il colpevole è Smerdjakov ma si rifiuta di accusarlo, Dmitrij viene condannato e deportato in Siberia e Smerdjakov si uccide. E mentre Ivan viene assalito dalle allucinazioni, l'unico e impotente testimone del tragico epilogo rimane il buon Aleksej. Risultato di un percorso di formazione che ha visto partecipi nove allievi usciti dalle scuole di teatro e selezionati dallo stesso Brie (in scena nel ruolo del padre Fedor Karamazov), "Karamazov" mantiene fede all'ossatura originale di Dostoevskij, e si arricchisce di un lavoro di ricerca sugli oggetti e sulla creazione di immagini. La scena è spoglia, abitata dagli attori, dalle luci e da pochi oggetti e rispecchia l'intento "essenziale" di Cesar Brie, volto a mettere in risalto, prima di ogni altra cosa, l'animo umano, nelle sue infinite sfumature. «L'allestimento esalta tutti gli aspetti dell'anima umana, da una prospettiva di profondità – spiega il regista - dentro vi sono, a vivide tinte, la passione e l'istinto (Dimitri), la ragione e il dubbio (Ivan), la bontà e la purezza (Aleksej), il risentimento e la vendetta (Smerdjakov), la cattiveria, il sentimentalismo, l'egoismo e l'edonismo (Fedor il padre), la santità (lo Starets) e risaltano anche, quasi sempre muti e inermi, i bambini. Lo strazio del dolore infantile percorre il romanzo e ci riporta al dolore di tutte le guerre, all'ingiustizia del dolore come misura degli uomini, di cui pagano il fio gli innocenti». Perché ha scelto "I fratelli Karamazov"? «Perché questa è forse l'opera più grande che sia mai stata scritta, o almeno, per me, uno dei romanzi della mia vita. Sembrava mi parlasse in ogni senso: al mio cuore, alla mia vita, alle mie contraddizioni. Ognuno di noi ha qualcosa di tutti i personaggi che passano nella vicenda dei Karamazov, siano essi uomini o donne. Tutti ci ripromettiamo di fare cose che non riusciamo a fare, tutti vorremmo essere migliori di quanto riusciamo ad essere, e soffriamo per questo». Con quali intenti? «Ho cercato di non innamorarmi delle parole, isolando la parte essenziale di ogni momento e di ogni capitolo, e ho ridotto il numero dei personaggi ma sempre cercando di rimanere fedele alla scrittura da grande feuilleton, quella che permette a Dostoevskij di essere così profondo con tanta leggerezza. All'inizio pensavo che avrei fatto quattro spettacoli, invece sono riuscito a fare uno spettacolo solo, di durata "umana": solo 2 ore e 10 minuti». Come giudica "I fratelli Karamazov"? «Al contrario di quello che si pensa è un romanzo è di una vitalità travolgente: attuale, divertente, a tratti comico, e, al contempo, profondo. Il mio personaggio, per esempio, il vecchio padre Fedor Pavlovic, è un libertino, un vecchio porco, un uomo cattivo: sentimentale e cattivo, malvagio, egoista, edonista, uomo che pensa solo a se stesso e mente a se stesso. Dostoevskij è sempre grottesco, lui colloca sempre i suoi personaggi sulle soglie del ridicolo, e questo è meraviglioso. E poi, la cosa più divertente per me è interpretare i personaggi cattivi». (m. piz.)