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di Gabriele Rizzardi wROMA Laura Boldrini alla Camera, Piero Grasso al Senato. Bersani vince il primo round e non nasconde la sua soddisfazione: «Se si vuole cambiare, si può». Dopo una notte di trattative che si chiude con l'indisponibilità di Mario Monti ad indicare un nome sul quale far convergere i voti di Pd e Sel, Pier Luigi Bersani spariglia e mette sul piatto due candidature forti per le presidenze di Camera e Senato: la portavoce per 14 anni dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, Laura Boldrini, Sel, e l'ex procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, Pd. «Abbiamo preferito avanzare proposte che potessero raccogliere anche l'adesione di altri. Una figura come quella di Grasso può essere di garanzia per tutti» spiega Bersani, che non risparmia critiche verso Monti («C'è stato un disimpegno che ha causato un'evidente sorpresa...») e non rinuncia a lanciare un ennesimo segnale a Grillo: «La prossima tappa è il governo del paese e serve un'assunzione di responsabilità davanti al paese». La mossa del segretario Pd, che è costretto ad accantonare la candidatura di Dario Franceschini per la Camera, riapre i giochi e il Pdl risponde subito con la candidatura, definita a forte valenza «istituzionale», di Renato Schifani. Alla Camera e al Senato si cominciano a fare i conti. La Scelta Civica di Mario Monti conferma l'intenzione di votare scheda bianca ma qualcuno vorrebbe votare il presidente uscente del Senato perché convinto che un sì a Grasso e Boldrini aprirebbe la strada alle elezioni anticipate. Dal Movimento 5 Stelle arrivano invece segnali contraddittori. Vito Crimi liquida la proposta di Bersani con un secco «se li votino da soli». Alberto Luis Orellana ammette invece che quella di Grasso è una novità: «Non è un nome come gli altri...». La partita, insomma, è apertissima e Bersani incrocia le dita. La prima buona notizia, ma scontata visto che il Pd conta 340 deputati, arriva da Montecitorio. Laura Boldrini viene eletta alla quarta votazione a scrutinio segreto con 327 preferenze (mancano all'appello i voti della corrente di Franceschini?). A Roberto Fico, candidato di M5S, vanno 108 voti. Le schede nulle sono 10, quelle bianche 155, i voti dispersi 18. La terza donna della storia repubblicana a salire sullo scranno più alto di Monteciorio (dopo Nilde Jotti e Irene Pivetti) promette «trasparenza», ricorda le donne «che hanno subìto violenza» ma anche chi «ha perso il lavoro», promette che il Parlamento diventerà «la casa della buona politica» e incassa un lunghissimo applauso trasversale. Poi, l'attenzione si sposta al Senato dove si gioca la partita decisiva visto che Pd e Sel non hanno la maggioranza. La terza votazione manda al ballottaggio Schifani e Grasso. A quel punto, i 5 Stelle si dividono e all'ex procuratore Antimafia vanno 137 voti che vuol dire 12 in più rispetto al suo schieramento che a palazzo Madama si ferma a quota 125. Il gruppo dei montiani conta su 21 voti e quello dei grillini su 53 ma le schede bianche sono state 52 e 7 le nulle. Questo vuol dire che un certo numero di grillini e forse qualche montiano non hanno rispettato l'ordine di scuderia. Risultato: l'elezione di Grasso viene accolta con un lungo e liberatorio applauso. Poi, il neopresidente del Senato pronuncia il suo discorso di insediamento che viene accompagnato da altri 15 appalusi, 8 dei quali arrivano anche da Berlusconi. «Giustizia e cambiamento, questa è la sfida che abbiamo davanti. Penso alle risposte che al più presto, ed è già tardi, dovremo dare ai disoccupati, ai cassintegrati, agli esodati, alle imprese e a tutti quei giovani che hanno prospettive di lavoro incerte » dice Grasso, che cita anche i Comuni che «faticano a garantire i servizi essenziali ai loro cittadini». In cima ai pensieri della seconda carica dello Stato c'è anche e soprattutto la politica, che deve essere «ripensata dal profondo», nei suoi costi e nelle sue regole, nei suoi riti: «Sogno che quest'aula diventi una casa di vetro...». ©RIPRODUZIONE RISERVATA