Paese ingovernabile trionfa solo Grillo

di Pietro Criscuoli wROMA Beppe Grillo travolge tutto, anche la governabilità. Il voto delle elezioni politiche 2013 è in qualche modo storico: per la prima volta non c'è un vincitore netto, sia in termini di voti che di seggi. Il Senato è semplicemente senza maggioranza, neanche con un patto Bersani-Monti. Alla Camera vincerebbe di poco la coalizione di centrosinistra ma questo non serve a garantire un governo. Nel voto generale della Camera (dove votano anche i giovani dai 18 ai 25 anni) il M5S, a poche migliaia di sezioni dalla conclusione, è il primo partito. Il Pd di Bersani si attesta attorno a 26-27 in entrambi i rami del Parlamento, ben lontano dal 33 e rotti di Veltroni cinque anni fa. Sel di Vendola lo soccorre con un solido 3%. Difficile si fa ora la posizione del segretario Pd, anche se sorretto dal robusto risultato delle primarie. Berlusconi incassa un fruttuoso colpo di reni, è comunque decisivo per ogni governo futuro. Monti ha un risultato decisamente opaco, intorno al 10 per cento. Il voto poi spazza via Ingroia e Giannino, ridicolizza Casini e Fini, dimezza la Lega. Ne emerge un Paese senza governabilità, in balìa delle tempeste finanziarie. Si teme per le reazioni dei mercati. Già ieri sera Wall Street risentiva del voto italiano, giudicato negativo per l'eurozona: meno 1,55 il Dow Jones, meno 1,44 il Nasdaq. Con la prospettiva di dover cercare a tentoni un qualche governo: un governissimo Pd-Pdl-Monti. O un tentativo di dialogo tra centrosinistra e grillini, quantomeno improbabile. O tornare di corsa a nuove elezioni. Ma con quale legge elettorale? E contando che vinca chi? Scenari confusi nelle ore febbrili di ieri sera, in cui il risultato ha ballato a lungo sul filo del rasoio. Per poi restarvi. Il tutto complicato da un presidente della Repubblica da eleggere tra un mese e mezzo e la difficoltà oggettiva, anche volendo, di tornare a votare prima dell'estate. Il rullo Cinque Stelle. Il M5S diventa il primo partito in ben otto regioni, sfonda in Veneto, rompe gli argini nel centro-nord, trionfa in molte grandi città, dilaga in Sicilia. Ottiene più voti alla Camera che al Senato, segno che ha i voti dei giovani e anche che molti lo hanno votato a Montecitorio per dare un segnale e diversamente al Senato per la stabilità. Secondo l'istituto Cattaneo Grillo risucchia voti soprattutto a sinistra. Impressionante il risultato dei grillini in Sicilia, che a pochi mesi dal voto regionale, già trionfale, fanno un poderoso balzo in avanti attestandosi attorno al 30%. Non è la prima volta che un partito da zero arrivi ad alte percentuali. Lo fece Berlusconi nel 1994. Ma allora il Cavaliere aveva davanti il deserto di partiti scomparsi e il nutrito fuoco delle sue tv. Grillo si è mosso in pochi anni, lavorando sulla rete, senza tv, senza spot, senza manifesti. Il buco nero del Senato. Dopo le prime montagne russe tra instant-poll e proiezioni, si capisce presto che il Senato è lo specchio di un paese frantumato in quattro. Sicilia, Lombardia e Veneto, ma anche e soprattutto Campania e Puglia consegnano il premio di maggioranza al centrodestra. Semplicemente perché Grillo sfonda su tutta la linea e fa arretrare il centrosinistra. Il risultato è che queste regioni consegnano al centrodestra un decisivo, nutrito drappello di senatori. Inutile che il centrosinistra ottenga più voti. L'ultima forbice dà, su 315 senatori e una maggioranza di 158, 110-130 seggi al centrosinistra, 104-124 al centrodestra, 40-60 al M5S e 8-18 a Monti. Niente di più impossibile da mettere insieme. Bersani e Monti insieme arriverebbero al massimo a 148 voti. Aritmeticamente ci sarebbe l'alleanza Pd-Grillo, ma al momento è impensabile, non tale comunque da favorire la nascita di un governo. Pd-Pdl-Monti? Possibile, forse è l'unica soluzione politica. Ma Grillo? Per lui si aprirebbe un'autostrada. Il fattore B. Di fatto Berlusconi torna protagonista alla grande. Il Pdl, molto più della Lega, risale la china della catastrofe e recupera un parte importante di quel 37 per cento ottenuto alle elezioni 2008. I suoi comprimari, cominciando da Alfano, e i suoi alleati (Maroni, La Russa), sono irrilevanti. La destra moderata si riconosce in lui. I suoi senatori risulteranno determinanti. Il nodo Quirinale. Tra i primi impegni del nuovo Parlamento, che si insedia a metà marzo, ci sono le elezioni dei due presidenti delle camere. E non sarà semplice: probilmente uno di centrosinistra alla Camera e viceversa. Ma il nodo dei nodi è l'elezione del nuovo capo dello stato. Com'è noto, lo eleggono i componenti di Camera e Senato più i presidenti di regione. Si può eleggere, dopo tre scrutini, anche con la maggioranza del 51 per cento e con ogni probabilità non ce l'avrà nessuno. Anche lì ci vorrà un accordo tra i principali partiti e ovviamente non sarà eletta una figura troppo orientata da una parte. ©RIPRODUZIONE RISERVATA