CONTARE, ANCHE DA SCONFITTO

di FRANCESCO JORI Da Ruby ad Alice. «Qui devi correre più che puoi per stare nello stesso posto», spiega la Regina alla bimba finita nel suo strano mondo. Lasciando le frequentazioni della prima giovinetta alle aule di giustizia, Berlusconi sembra ispirarsi alla seconda per la sua frenetica campagna elettorale. Che ha come obiettivo da egli stesso dichiarato quello di portarlo a una vittoria impensabile solo una manciata di settimane fa. Assecondato in questo dalla sua corte: molti frequentatori della quale, dopo averne celebrato prematuramente le esequie politiche, oggi si prodigano per recuperarne le grazie. Ma depurato dai proclami di battaglia, l'obiettivo del Cavaliere sembra essere piuttosto quello indicato dalla Regina: correre da uno schermo televisivo all'altro per mantenere la posizione attuale. E cioè continuare anche da sconfitto a contare nello scacchiere politico. Solo il centrosinistra può perdere le elezioni (esito in cui peraltro è specialista), tra un litigio e un'ambiguità, magari condite da improvvide battute come quella di Vendola sui ricchi all'inferno. La vera partita di Berlusconi è con Monti: un centrodestra che nelle urne finisse dietro al Professore vedrebbe il Pdl implodere, e la stessa Lega passare da Tremonti al tramonto. Perciò il Cavaliere vortica come un derviscio danzante, rispolverando tutto il vecchio armamentario: il ritorno dei morti viventi (i comunisti), la persecuzione dei nuovi barbari (i giudici), il complotto diabolico (la "grosse koalition" internazionale). Si autocelebra e al tempo stesso fa il piangina. Riscrive a proprio uso e consumo le mediocri e inconcludenti cronache politiche degli ultimi dieci anni, per otto dei quali è stato a capo del governo. Spande a piene mani promesse del tutto gratuite, a partire da quelle tasse che aveva garantito di diminuire fin dal '94 e che invece sono costantemente aumentate. Ammonisce di non disperdere il voto nei partitini, ma va alle urne con una coalizione di nove sigle, dove Pdl e Lega sono affiancati dai canonici sette nani. I sondaggi lo danno in recupero, certo. Ma c'è una bella differenza tra i quattro punti di distanza dal centrosinistra che va spacciando, e i dieci che emergono dai dati dei centri che non rientrano nel suo libro-paga. Senza contare il fondamentale avvertimento di uno che della materia se ne intende come Mannheimer: un sondaggio non serve a prevedere il futuro, ma a fotografare l'esistente. L'esperienza insegna che gli indecisi si orientano negli ultimi giorni; e oggi nella categoria rientra un elettore su tre. Alla fine, gli astenuti saranno sicuramente di meno; ma la profonda (e motivata) delusione per questa politica li manterrà a quote elevate, probabilmente poco sotto il 30 per cento. E il voto di protesta arruolerà molti di quelli che andranno comunque alle urne. Per tutti questi motivi, il traguardo più verosimile di Berlusconi è quello di battere non Bersani ma Monti: in modo da poter essere, se non protagonista, almeno antagonista. Prenderà sicuramente più voti del Professore; ma secondo i calcoli, a quest'ultimo basterà superare l'asticella del 15 per cento (compito comunque non facile) per poter stringere con il centrosinistra un accordo che tagli fuori il Cavaliere. E' quello che si augurano all'estero: illuminante al riguardo la dichiarazione di ieri del capogruppo dei Popolari europei a Strasburgo Joseph Daul: «Il candidato del Ppe è il signor Monti». Consapevole che stavolta, a differenza del 2006, la sfida è "dentro o fuori", Berlusconi si sta giocando il tutto per tutto, elargendo ottimismo a piene mani ed esibendo dai teleschermi un sorriso permanente. Che rischia però di diventare, per tornare ad Alice, come quello del gatto del Cheshire. Svanito nell'aria, lasciandovi ad aleggiare solo i denti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA