MA LA RETE BOCCIA IL PREMIER
di ANDREA IANNUZZI Lo si potrebbe definire il paradosso di Twitter. O meglio, il paradosso della comunicazione (politica) via Twitter. Il debutto di #Montilive - il primo esperimento di question time in 140 caratteri tra il premier @SenatoreMonti e gli utenti del social network - conquista l'attenzione di siti, televisioni e giornali, cioè il mondo esterno a Twitter; ma contemporaneamente delude e irrita proprio i destinatari dell'iniziativa, che su Twitter infliggono una bocciatura senz'appello al professore e al suo staff. L'elenco di critiche è lungo e variegato, prima fra tutte la sproporzione tra il numero di domande ricevute (duemila) e il numero di risposte fornite (16). Ma anche sulla selezione dei fortunati interlocutori c'è stato molto da ridire: esclusi tutti quelli che avevano postato domande scomode, privilegiati account potenzialmente influenti, compreso quello del Tg1, che in effetti di occasioni per fare una domanda a Monti ne avrebbe altre e in altre sedi. Per non parlare dei contenuti: risposte evasive, concetti generici, addirittura le "faccine", interpretate come un tentativo maldestro di accorciare le distanze e di ammiccare alla platea. E poi tempi lunghi, foto di scena dal sapore propagandistico. In una parola, un flop. Anzi, per dirla con il linguaggio del web, un "fail". Certo, non tutti la pensano così, anche in rete. C'è chi ha lodato l'iniziativa in sé, il coraggio di Monti per averci "messo la faccia", lo spirito innovativo della sua salita in campo, il fatto che comunque i suoi antagonisti un'idea del genere non l'hanno avuta o se l'hanno avuta non l'hanno messa in pratica. Eppure la pietra di paragone esiste da mesi, forse anni: si chiama Barack Obama, che spesso ha sancito passaggi importanti della sua presidenza con il confronto in diretta su Twitter. Rimane celebre un suo tweet di risposta a una ragazza dalla chioma violacea: dopo essere stato impeccabile nel merito dell'argomento, Obama ha concluso la frase così: "Bei capelli". Ma l'aspetto del paradosso che ci deve interessare e far riflettere non è il dibattito interno alla community di Twitter, anche perché stiamo parlando di una percentuale a una cifra non solo fra tutti gli italiani, ma anche fra gli italiani che navigano in rete: un'irrilevanza sostanziale della quale non si può non tener conto, soprattutto nell'analisi di fenomeni politici. Il vero tema del paradosso è la sovraesposizione dell'iniziativa all'interno del palinsesto mediatico tradizionale. E' come se il mondo della comunicazione e del giornalismo in particolare fosse in preda a quello che Marshall McLuhan definisce "narcisistico torpore", la fascinazione acritica che ci colpisce all'avvento di una nuova tecnologia. Oggi la parola Twitter sembra vivere di vita propria: si parla di Twitter, non di come Twitter viene utilizzato né di quello che accade nelle tante microcomunità che formano la macrocomunità del social network. E così Monti fa notizia perché è su Twitter, non per quello che dice (o non dice). Ma di chi è la colpa di tale superficialità? Di Monti e del suo staff, che certo non sono degli ingenui? O di chi pensa che parlare di un argomento di tendenza possa agevolare la penetrazione delle notizie tra i lettori? Forse né dell'uno né dell'altro. Ciascuno fa il proprio gioco, certo se Twitter non fosse così di moda a nessuno verrebbe in mente di rispondere via Twitter. E d'altra parte sarebbe miope non registrare che, per la prima volta in una campagna elettorale sono stati sdoganati i social network, anche se la loro capacità di spostare voti rimane assai marginale rispetto alla regina televisione. Ai "ragazzi di Twitter" arrabbiati potrebbe restare questa consolazione: il fatto che di #Montilive si possa parlare (male) su Twitter, è un piccolo passo per uscire dall'irrilevanza. Potranno servire anni per completare il cammino. O forse no. @Aiannuzzi ©RIPRODUZIONE RISERVATA