Pizza ko, arriva la cassa
BR b PAVIA./b Pizza 0 - kebab 1. Nella battaglia dei clienti, al momento, è la pizza a perdere contro il cibo etnico. E al centro commerciale Minerva l'omonima pizzeria ha messo il pizzaiolo in cassa integrazione. Da novembre. La causa? La crisi dei consumi che fa diminuire ovunque i clienti e scatena le battaglie tra esercenti per accaparrarsi gli studenti in pausa pranzo.BR La cassa integrazione in pizzeria, rivela Renzo Scinaldi, Cgil, sta prendendo piede, kebab a parte. «Sono cambiate le abitudini alimentari - spiega Scinaldi -. E i consumi di giovani e famiglie non hanno ancora smesso di calare. Per i pizzaioli le prime procedure da inizio anno». Nel centro commerciale ci sono anche altri cinque bar, anch'essi a gestione familiare o con uno o due dipendenti. «E' difficile continuare a pagare i dipendenti - si sfoga Ornella Passarella, che gestisce la pizzeria Minerva da 11 anni, tra le prime a ricorrere alla cassa -. Ora gestiamo tutto a livello familiare».BR Quest'angolo di città era diventato famoso nel libro 'Volevo solo vendere la pizza", dove la burocrazia e la concorrenza spietata convincevano l'autore a desistere dall'impresa. E infatti, per anni, all'ingresso del centro commerciale di via Cesare Battisti hanno convissuto, una di fronte all'altra, due pizzerie. La guerra dei cartelli c'era anche allora, quella delle offerte anche. «Ma sullo stesso articolo, la concorrenza si gestiva - continua la titolare -. Era uno scontro sui gusti: c'era a chi piaceva la mia, a chi piaceva l'altra». Ora, invece, è scoppiata la moda del kebab. E aggiunta alla crisi che pervade ogni settore, la pizzeria perde colpi. E clienti. Anche se i ragazzi delle scuole, che arrivano in treno o in corriera, continuano ad affollare il passaggio.BR «Prima avevo due dipendenti - racconta la signora -. Poi una l'ho dovuta lasciare a casa. E da novembre ho dovuto mettere in cassa integrazione anche il pizzaiolo». un ragazzo dello Sri Lanka. «Non so se riuscirò ad assumerlo di nuovo, alla scadenza, a marzo», si confessa la signora. Che ora si trova al bancone dalle 7 alle 21.30, orario continuato, aiutata solo dal figlio. «Mio figlio ha 19 anni - racconta - siamo un'azienda a conduzione familiare. Lui ha abbandonato la scuola e ora lavora qui ogni mattina». In due preparano, vendono, accolgono i ragazzi che a ondate arrivano ancora per uno spuntino. Di fronte sette dipendenti servono il kebab agli altri ragazzini. «in due non possiamo competere, ma è una scelta obbbligata - spiega ancora la pizzaiola -. Se io ho dovuto fare ricorso alla cassa integrazione e non ho altri dipendenti, è anche perché ho scelto di non utilizzare mai lavoro nero». E lancia un appello alle istituzioni: «Se in tutti i locali fosse lo stesso, se ci fossero più controlli, lavoreremmo tutti meglio».BR
Anna Ghezzi