Pedofilia, condanna a 17 anni


MORTARA. Li invitava a casa, cucinava per loro, li attirava con i videogiochi. Ma dietro la porta di quell'abitazione in via Cortellona si apriva un inferno di violenza e brutalità che il giudice ha colpito duramente. Massimo Mannari, 51 anni, cuoco a bordo di navi da crociera, è stato condannato a 17 anni di carcere per pedofilia.
La sentenza è stata pronunciata ieri a Milano dal Gup Andrea Salemme che ha inflitto un anno in più rispetto alla richiesta del pubblico ministero Stefania Carlucci. Il giudice ha rinviato a giudizio anche V. F., 33 anni, accusato di complicità. La squallida vicenda ha radici a Mortara, dove il cuoco viveva prima di essere arrestato, nell'ottobre 2009. E non era la prima volta che Mannari varcava la soglia di una cella per le attenzioni morbose rivolte a ragazzini. In passato era finito in carcere in Thailandia.
Proprio l'arresto in Asia ha scoperchiato l'orrore che si nascondeva anche dietro il decoroso appartamentino da scapolo di Mannari a Mortara. L'anno scorso un mortarese ha notato sul sito di 'Chi l'ha visto?", la trasmissione di ricerca di persone scomparse, una notizia di poche righe su un italiano arrestato per pedofilia nel paese asiatico. Il nome era riportato in modo errato, ma sufficiente per far nascere il sospetto in quella persona, che evidentemente conosceva Mannari e ha chiesto informazioni alla polizia locale.
I vigili urbani non hanno perso tempo. Cercando sul sito Internet della polizia di Pucket, la località thailandese dove l'italiano era stato fermato, hanno trovato le foto dell'arresto e anche immagini che documentavano incontri sessuali con minorenni. Da Internet è arrivata la conferma dei sospetti: l'italiano finito in manette in Thailandia era proprio il cuoco mortarese. Da li sono partiti gli accertamenti in Italia. Altri episodi si erano poi sovrapposti e avevano indirizzato gli inquirenti verso il 51enne mortarese. Nella casa di via Cortellona si notava infatti un via vai di ragazzini. Inoltre, la polizia locale aveva sorpreso un 16enne di origine romena, mentre giocava con alcuni amici e maneggiava un cellulare molto costoso. Il ragazzino aveva ammesso che il telefonino gli era stato regalato dal cuoco. I regali, le promesse di un pomeriggio passato davanti ai videogiochi erano, secondo le accuse, gli strumenti di cui si serviva l'uomo per attirare i ragazzi nel suo alloggio. Il cuoco, a quanto pare, non esitava nemmeno a mettere in campo la sua professionalità invitando i ragazzi in casa e preparando loro risotti e piatti prelibati.
Ma quando hanno preso corpo i sospetti che quel comportamento da 'zio buono" nascondesse lo squallore degli abusi, la polizia locale di Mortara ha informato la procura di Milano, competente per i reati più gravi in materia di pedofilia, che ha subito aperto un 'inchiesta mobilitando anche i carabinieri del Nucleo investigativo.
A ottobre dell'anno scorso l'uomo, nel frattempo rientrato in Italia, era stato arrestato in flagranza di reato: durante una perquisizione nella sua abitazione i carabinieri avevano trovato moltissimo materiale pedopornografico, in particolare 267 video hard da lui stesso girati che lo ritraevano non solo insieme ad adolescenti ma anche con bimbi di 5 o 6 anni thailandesi o brasiliani. Qualche mese dopo il pedofilo si è visto recapitare in cella anche un'ordinanza di custodia cautelare con accuse che vanno dalla realizzazione e detenzione di materiale pedopornografico alla prostituzione minorile fino alla violenza sessuale. Ieri la condanna a 17 anni (una pena severa se si pensa che a causa del rito abbreviato c'è lo sconto di un terzo della pena). Questa storia di degrado (i fatti contestati risalgono a due anni fa) ha portato ad individuare, oltre al 16enne romeno, altre tre giovani vittime: due italiani e un albanese che allora avevano 11, 16 anni e 12 anni. Le indagini, data la delicatezza della vicenda, si sono svolte nel più assoluto riserbo. «Lo scenario cui ci siamo trovati di fronte era raccapricciante - afferma il comandante della polizia locale di Mortara, Davide Curti -. La sentenza è una conferma del lavoro svolto da noi e dalle altre forze dell'ordine, ma in questi casi è improprio parlare di soddisfazione, perchè c'è sempre una grande amarezza».

Lorella Gualco