UN ORRIBILE AMORE. FORSE


Se ci fosse stato il test del Dna, un caso come quello dello smemorato di Collegno - che infiammò il paese tra la fine degli anni Venti e i Trenta, con gli italiani mai cosi divisi, ad almanaccare sulla sua identità, nemmeno ai tempi della sfida tra Coppi e Bartali - non sarebbe mai esistito.
Perché il test avrebbe stabilito inequivocabilmente se, quel poveraccio scoperto a rubare in un camposanto, fosse il pio professor Canella, disperso in guerra, o il lestofante tipografo Bruneri, che come Canella tentò a tutti i costi di accreditarsi.
E' vero: la scienza estende il potere degli uomini sul mondo, ma del mondo restringe i confini, riduce le possibilità di farne romanzo, come Sciascia fece, invece, di quel caso, nel 1981, col suo «Teatro della memoria».
Sapremo presto, proprio grazie al test, se la diciottenne austriaca sorpresa a vagabondare in un parco, alla periferia est di Vienna, sia effettivamente la Natascha Kampusch scomparsa a soli dieci anni: per quanto la famiglia l'ha già riconosciuta.
Dicevo: la scienza riduce le possibilità dell'immaginazione. Ma ci pensa ancora la realtà, come ai tempi del pirandelliano «Fu Mattia Pascal», a sorprenderci: e a fornire nuova materia al romanzo già dato per morto.
Perché la vicenda conserva davvero tutti i tratti della più esagerata ed improbabile delle fiction: e sa persino rifornire di cibo la nostra fame di commozione.
Pensateci: reclusa per otto anni in un garage. Eppure in discrete condizioni fisiche ed in salute, se si eccettua l'inevitabile pallore per la scarsa esposizione ai raggi del sole: libera persino di leggere i giornali ed ascoltare la radio. Per concessione d'un carnefice che non le lesinava, a suo rischio e pericolo, qualche passeggiata nei dintorni dell'improvvisata prigione. Mica come la «sequestrata di Poitiers» di cui ci ha raccontato Gide nel 1930: ferocemente segregata da madre e fratello, incrostata per anni del suo cibo e delle sue feci sopra un giaciglio. Il sequestratore di Natascha, trentasei anni all'epoca del rapimento, dopo la fuga di lei, si è ucciso gettandosi sotto un treno: che è, anche questo, un bel colpo di scena. E tristissimo.
Scriveva Soldati in quel trattato di psicologia amorosa che è «Le lettere da Capri»: «Ognuno fa non soltanto il bene; ma anche il male che può». Tutto il male che può. E non v'è dubbio, che, all'inverso, nella sua ostinata volontà di fare il male, il carnefice, abbia praticato anche una sua idea di bontà: quando imparti, alla sua vittima, lezioni di lingua tedesca.
E' stata, questa storia mostruosa e criminale, anche una storia di terribile amore? Non riesco a trovare migliore vademecum per entrare nella testa di questo persecutore dell'infanzia, nel suo spasmodico inferno di tentazioni, se non la perenne Lolita di Nabokov. E alla diagnosi di «sindrome di Stoccolma» per la vittima oltraggiata, continuo a preferire le pagine di Gide, implacabili nel raccontare quanto crudeltà persecutoria e segreta connivenza si possano intrecciare in vicende consimili.
La vicenda è finita bene: ma solo per il nostro sollievo di genitori. Perché quel suicidio ci ammonisce: troppo facile creare il mostro, stigmatizzare l'altro, il diverso da noi. La letteratura ci aiuta a capire quanto quel povero disgraziato ci si apparenti.

Massimo Onofri