Il primo saluto a due bambini


CITTÀ DEL VATICANO. «Non avere paura!», con tanto di punto esclamativo. Lo ha scritto Benedetto XVI nel suo primo messaggio da Papa. E' quello che si sente ripetere dal suo predecessore Giovanni Paolo II.
Karol Wojtyla gli è accanto, a confortarlo dopo avergli «ottenuto la grazia» del pontificato. Papa Ratzinger usa il latino per tracciare la strada del suo pontificato. Lingua antica, concetti più che moderni: ecumenismo, collegialità, unione dei cristiani, dialogo con i giovani e con le culture, pace e sviluppo sociale. Idee forti, da portare nel mondo da apostolo. Rispettando gli appuntamenti ai quali i cattolici e i giovani sono abituati. Si comincia da Colonia, in agosto, per la Giornata mondiale della gioventù.
Benedetto XVI ha inaugurato il pontificato con una giornata uguale e diversa da quelle di Joseph Ratzinger cardinale. E ha compiuto un gesto inatteso dagli attenti e sofisticati osservatori di cose vaticane: uscendo dalla sua vecchia casa in piazza della Città Leonina si è chinato a salutare due bambini. Ha sorriso, li ha baciati e cosi Blondine e Hubert, fratelli del sud della Francia, potranno raccontare di essere stati i primi a sfatare una leggenda. Il 'prefetto di ferro", come lo chiamavano quando reggeva, fino al 2 aprile, le redini della Congregazione per la dottrina delle fede, non è l'arcigno professore finora descritto.
Nelle ultime ventiquattro ore è come caduta la corazza ed è stato mostrato al mondo l'uomo conosciuto finora solo da pochi. L'uomo timido, spiritoso, tormentato, complesso e complicato, adesso impegnato a esperimere «intima riconoscenza» - come ha detto nel messaggio di ieri - «per il dono ricevuto da Dio». Duecentocinquanta righe vergate in latino, nella notte, in una calligrafia minutissima e ordinata caratteristica di Ratzinger. Un discorso non letto all'omelia della messa celebrata con il collegio cardinalizio. Riservata alla fine del memoriale di Cristo, dopo le preghiere. Un prolusione d'investitura dell'ultimo monarca assoluto del mondo occidentale.
Benedetto XVI ha parlato, come vuole la tradizione, da «servo dei servi di Dio». Dichiarando, a chiare lettere, di non voler fare da solo: «il successore di Pietro e i vescovi, successori degli apostoli, il Concilio lo ha con forza ribadito, devono essere tra loro strettamente uniti. Questa comunione collegiale, pur nella diversità dei ruoli e delle funzioni, è al servizio della Chiesa e dell'unità nella fede, dalla quale dipende in notevole misura l'efficacia dell'azione evangelizzatrice nel mondo contemporaneo».
Parole molto pesate, cariche di significato. Come molto significato ha avuto la scelta della lingua. Non l'italiano di Roma o il tedesco lingua madre del papa, non lo spagnolo parlato dal maggior numero dei cattolici né l'inglese idioma dei più ricchi. Ma il latino, lingua universale e morta. La lingua dell'impero romano, del patto di Costantino con la Croce. Eppure il messaggio del papa è stato tutt'altro che un ritorno al passato. O meglio, indietro ha guardato. Ma a un passato prossimo, quello del Concilio Vaticano II dove ebbe inizio la sua carriera di teologo. Il Concilio, ha detto Benedetto XVI, è la «bussola con cui orientarsi nel vasto oceano del Terzo Millennio».
Papa Ratzinger ha ammesso di aver imparato molto da Giovanni Paolo II, dalla sua morte almeno quanto dalla sua vita. La processione infinita dei fedeli, l'omaggio dei grandi del mondo hanno insegnato a Benedetto XVI come la Chiesa possa rispondere alla «corale richiesta di aiuto da parte dell'odierna umanità turnata da incertezze e da timori».
Per questo il papa ha deciso di andare a Colonia, di continuare la tradizione dell'incontro del Pontefice romano con i giovani del mondo. Un incontro estivo, quando tutti sono in vacanza, quando anche il papa si può rilassare.
Anche nei gesti minuti, compiuti nel corso della giornata, Benedetto XVI è sembrato promettere un assoluto e inedito intreccio di nuovo e di vecchio, di senso pratico e di tradizione. Ha impressionato i cardinali presentandosi in veste candida alla colazione nella Casa di Santa Marta. Ha spezzato i sigilli dell'Appartamento apostolico - chiuso alla morte di Giovanni Paolo II - ma ha preferito rimandare il trasferimento. L'appartamento ha bisogno di lavori e per ora il papa preferisce, si può dire restare in albergo, nella Casa di Santa Marta. E' andato a salutare i colleghi, nel palazzo dell'ex Sant'Uffizio dove ha lavorato per 25 anni. Infine ha preso le sue cose nell'appartamento abitato fino a ieri, in un palazzo dove i condomini sono tutti vescovi e cardinali e i citofoni non hanno nome.

Lucia Visca