Gioco d'azzardo, una febbre che cresce
VOGHERA. Droghe, alcool. E ora anche il gioco d'azzardo. Cresce la dipendenza da lotterie, casinò e dai videopoker, le infernali macchinette la cui capillare diffusione ha fatto aumentare a dismisura la febbre delle scommesse. Lo attestano i dati dell'indagine promossa dall'Asl e dall'associazione Itaca, in stretta collaborazione con il Serd (Servizio dipendenze) di Voghera.
I risultati del progetto «Gioco nel territorio», la prima ricerca epidemiologica sul gioco d'azzardo in provincia di Pavia (e una delle prime in Italia), verranno presentati martedi 21 settembre nella sala conferenze dell'Asl di Pavia (ore 17-20). I coordinatori del progetto sono Marco Capelli, psicologo del Serd, e Angela Biganzoli, di Itaca.
L'indagine ha preso in considerazione tre diversi target: 1093 adulti tra 18 e 74 anni selezionati tra la popolazione generale, 386 soggetti tossicodipendenti e una quarantina di operatori pubblici. Balza subito in evidenza un dato: il 23% degli intervistati ha giocato a soldi almeno una volta negli ultimi dodici mesi (con un'avvertenza doverosa: fra i giocatori rientra anche chi ha fatto l'«innocua» schedina del Totocalcio). Di questo 23%, il 39% ha giocato alla lotteria, il 5,6% a Bingo, il 2,9% si è recato al casinò, il 3,5% ha tentato la fortuna con le slot machines o con i videopoker, e il 3,8% ha scommesso sui cavalli.
Per la maggior parte del campione la spesa di gioco è relativamente bassa (l'84% di chi ha giocato a soldi nell'ultimo anno ha speso venti euro o meno), ma per un non irrilevante 1% il budget dilapidato nell'azzardo ha superato i mille euro al giorno.
Una febbre che coinvolge maggiormente gli uomini delle donne e chi ha un lavoro (quindi una più ampia disponibilità di denaro). La dipendenza dal gioco si trasforma in una patologia, una malattia, per lo 0,4% del campione, che trascinato nel vortice può arrivare a rovinare se stesso e la famiglia. Le terapie? Di natura psicologica, ma anche farmacologica.