Dal Vate un lungo catalogo di eccessi
VIGEVANO.Prestate al Museo della Calzatura di Vigevano dal Vittoriale (la casa-mausoleo di Gabriele D'Annunzio), le scarpe del Vate, con un fallo incollato sul collo che diventa eretto quando le si calza, sono le più folli mai prodotte. Neanche gli zatteroni metallizzati di Elton John, custoditi al Bata Shoe Museum di Toronto, o i sandali del museo di Atene, appartenuti a una passeggiatrice dell'Antica Grecia, la cui suola imprimeva sulla strada la scritta «seguimi», possono competere.
Anche la suola delle scarpe dell'Immaginifico riserva sorprese. Non la scritta «seguimi», troppo sommessa per lo stile dell'Eroe di Fiume, ma un pesce a ricordare il segno zodiacale del proprietario, nato il 12 marzo del 1863. Non sappiamo se le indossò mai fuori dal Vittoriale. Certo non si tratta dell'unica trovata di uno scrittore che ha saputo anticipare i tempi in cui la pubblicità, che allora si chiamava clamore o scandalo, fa la fortuna di un artista più della sua opera.
Il simbolo fallico naturalmente non è casuale. D'Annunzio era un vero satiro. Su di lui circolava la leggenda che si fosse fatto togliere un paio di costole per autopraticarsi sesso orale. Arrivò al punto di far abbattere l'osteria sita vicino all'ingresso del Vittoriale perché la «gazzarra vinosa» che li si svolgeva spaventava le donne che venivano a trovarlo. E cosi, lui di solito tanto «afficato», si ritrovò, almeno fino all'abbattimento del tugurio, «sficato», vale a dire senza... Non solo donne famose, tra cui la Duse, natia di Vigevano, e la pittrice polacca de Lempicka venivano a trovarlo nella sua ultima dimora. Ma anche donnine che il Regime gli metteva a disposizione, insieme a qualche presa di droga.
«D'Annunzio è un dente cariato - disse il Duce - o lo si estirpa o lo si copre d'oro». Mussolini scelse naturalmente la seconda strada, stampò la sua Opera Omnia in pregiata edizione, gli mise a disposizione il denaro per trasformare in Vittoriale una casa con vista sul lago di Garda appartenuta a un critico tedesco cui fu espropriata. E, oltre alle donnine, non fece mancare la cocaina al Vate che ormai viaggiava verso i 70, quando non esisteva ancora il Viagra.
Al Vittoriale, il 1º marzo 1938, D'Annunzio si spense causa ictus, molto sospetto, nella stanza che aveva battezzato Zambracca, termine che, come spiega il Tommaseo, vuol dire sgualdrina, donna di malaffare. Tra i tanti cimeli che si possono ammirare, e che testimoniano una vita eccentrica, una collezione di spazzole inutile visto che era calvo, il guscio di una tartaruga morta di indigestione di tuberose che serviva da monito agli ospiti contro gli eccessi della tavola e altro ancora. Un accumulo di oggetti che fanno il paio con le scarpe falliche e rientrano in uno studiato desiderio di sbalordire, quasi da borghese col mal di dandy, nell'arredamento. Ma portato a un livello estremo, nella vita, fino a sfiorare la morte in imprese come il volo su Vienna o la Beffa di Buccari.