Il rimpasto di governo è inevitabile
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risultato e nonostante le diffidenze dei Ds, farà bene a diventarlo presto. Solo in questo modo potrà davvero esprimere tutto il suo peso e soprattutto gestire su una prospettiva governativa la non facile realtà di un 12-13 per cento di forze legate alla sinistra più radicale.
In questo quadro non me la sentirei nè di parlare di sorpassi, nè di pesanti sconvolgimenti. Primo perchè i dati in possesso sono ancora troppo inaffidabili, eppoi perchè la vera tendenza di fondo di questo voto, legata al meccanismo proporzionale, offre troppe sfaccettature e interpretazioni contrastanti.
L'unica cosa certa è che Berlusconi, per quanto si è speso in prima persona, non può certo dire di aver ottenuto quello che sperava. Nè può consolarsi per la netta avanzata di Follini con l'Udc e la progressione di An in quanto, entrambi, saranno subito pronti a presentargli il conto in sede di maggioranza.
Un discorso a parte per la Lega che ha superato brillantemente la mancanza di Bossi.
Dunque, come prima impressione, non ci sembra che il centrosinistra sia in condizione di chiedere da questa mattina le dimissioni del Cavaliere, ma neanche di invitarlo a trarre qualche conseguenza estrema, come sommessamente alla vigilia aveva fatto Fassino.
La ridistribuzione dei pesi nella Casa delle libertà portarà semmai dei contrarsi interni al Polo e questa volta difficilmente Berlusconi potrà rifiutare un maggiore coinvolgimento degli alleati, soprattutto nella conduzione dei conti economici.
Per ora, salvo modifiche dei dati, il vero successo della sinistra starebbe nei risultati amministrativi. La Sardegna potrebbe diventare regno di Soru, Bologna sembra conquistata da Cofferati, clamorosa anche la svolta di Bari, come pure Ombretta Colli sarà sicuramente costretta a invocare i voti della Lega se vorrà restare sulla poltrona della provincia di Milano.
Allargando l'orizzonte, queste elezioni europee sono state abbastanza deludenti. Poche le adesioni al voto e quasi tutte finalizzate a penalizzare i partiti di governo. Solo Spagna, Grecia e Lussemburgo hanno confermato le rispettive leadership. Per gli altri solo pesantissime batoste. Non si è salvato Chirac, non si è salvato Schroeder, per non parlare di Tony Blair che si è visto spuntare sotto la sedia un partito del 20 per cento favorevole all'uscita dall'Europa. Quasi la punta di diamante di una euroscetticismo che ha toccato un pò tutti, anche quei dieci Paesi entrati freschi freschi e che sulla carta dovevano essere i più entusiasti.
Nel voto è scomparsa anche la polemica sulle scelte per l'Iraq. Chirac e Schroeder sono stati accomunati dallo stesso destino pur avendo combattuto contro l'intervento americano da posizioni politiche diametralmente opposte. Il fatto è che queste elezioni europee devono considerarsi elezioni di metà mandato e come tale hanno dato voce alle proteste legate ad una situazione economica pesante per tutti.
Roberto Galli