«Restituita la salma di Quattrocchi»
ROMA. Un vetrino sotto il microscopio del Raggruppamento scientifico dei carabinieri. Un vetrino portato in aereo da Baghdad e ricevuto con circospezione e onore. Lo ha preparato la Croce Rossa, tentando il gesto pietoso di comporre poveri resti umani. «Ecco la salma di Fabrizio Quattrocchi», aveva detto più o meno il portavoce del Consiglio degli Ulema. Ecco quello che resta di un uomo. Una vittima, ucciso dall'odio e dalla barbarie della guerra prima ancora che dal colpo assassino dei sequestratori. Un uomo morto il 14 aprile, a due giorni dal sequestro, gridando «Vi faccio vedere come muore un italiano». Resti irriconoscibili, da non poter riempire una bara. Cosi dice chi ha avuto il duro compito di raccoglierli.
Ora sono conservati a Baghdad, all'ospedale che fu dei gerarchi del regime e che ora gestisce la Croce Rossa italiana. E' stato Maurizio Scelli, commissario della Croce Rossa italiana, a riportare in Italia il vetrino. Ad aspettarlo sotto l'aereo i carabinieri. Lo dovevano accompagnare dai magistrati della Procura di Roma per un veloce interrogatorio svolto nella notte negli uffici giudiziari di Piazzale Clodio. Un Falcon 50 è decollato da Baghdad a metà pomeriggio. Ha impiegato molte ore per atterrare alle 21.58 a Ciampino, dove non è stato possibile preparare alcuna cerimonia. L'incertezza sull'identità dell'uomo dal quale erano stati prelevati quei campioni biologici ha pesato sulle manifestazioni del cordoglio. Non sulla pietà, perché comunque di un morto ammazzato si trattava.
Gli ulema sunniti avevano consegnato i resti attribuiti a Fabrizio Quattrocchi l'altra sera. Il gesto di buona volontà chiesto da tempo è alla fine arrivato. Questa la considerazione di chi ha avuto il compito di raccogliere quello che non si sarebbe potuto chiamare cadavere. Il commissario della Croce Rossa Italiana ha subito informato l'ambasciata, la Farnesina e i magistrati della Procura di Roma titolari dell'inchiesta sull'assassinio del poliziotto privato. E' stato subito convenuto che per quanto importante la parola degli Ulema non poteva bastare.
Quelli con i quali le autorità religiose hanno svolto la trattativa avrebbero potuto ingannare i loro stessi interlocutori. Da qui la decisione di svolgere la prova del Dna, confrontando il codice genetico dei resti consegnati alla Croce Rossa con quello di un capello di Quattrocchi recuperato dal suo casco da motociclista. Soltanto la certezza dell'identità avrebbe dato la chiave di lettura giusta per proseguire la trattativa sui tre italiani ancora ostaggo delle Brigate Verdi di Maometto.
Grandissima l'emozione all'interno della famiglia di Fabrizio Quattrocchi. Parenti e amici non si sono voluti abbandonare all'idea della liberazione da un incubo. Hanno preferito scegliere la prudenza, cosi come nelle case dei tre ostaggi Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio si è tentato di mitigare la speranza con il realismo.
Prudenti, dall'annuncio della notizia fino all'arrivo del vetrino, anche le dichiarazioni del mondo politico. Alcuni, come il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il leghista Roberto Calderoli hanno preferito rimandare il commento a «dopo». Altri, è il caso del vicepremier Fini, hanno preferito rivolgere il pensiero all'«eroismo» di Fabrizio Quattrocchi piuttosto che disquisire di particolari anatomopatologici o rompere la consegna del silenzio sul sequestro. Secondo il commissario Scelli proprio il silenzio sta cominciando a pagare: «Sono ottimista, ma il mio ottimismo è proporzionale al grado di silenzio».