Pavan, il «naturalista selvatico» che visse tra aborigeni e pigmei

PAVIA. Mario Pavan attraversa il salotto di casa tenendo tra le mani, come una reliquia, un sottile cerchio di legno. I pigmenti rossi che lo decorano, dopo dodici anni, sono un po' sbiaditi. Ma gli occhi del professore brillano di emozione. In mezzo secolo di scoperte, riconoscimenti, incarichi prestigiosi, premi internazionali, i ricordi che gli provocavano emozione, erano sempre quelli legati ai viaggi, alle amicizie nate in terre lontane. Come l'incoronazione che Vittoriano, capo indio della tribù Siona (Amazzonia) gli tributò nel 1990 intagliando una pianta sacra per l'amico europeo. Mario Pavan è scomparso un anno fa - il 16 maggio - ma oggi la 'sua" Università lo ricorda mettendone in mostra la preziosa collezione entomologica.
La raccolta è imponente: 2400 scatole, contenute in una trentina di armadi, per un numero complessivo di esemplari che si aggira intorno ai 250 mila. E poi 300 scatole della famigerata formica rufa e altre 2100 di insetti ancora in parte da studiare e che presto saranno collocati nel Museo di Storia Naturale dell'Università, in progettazione.
Ma i ricordi del cuore sopravvivevano in una piccola stanza della sua casa, all'ultimo piano di un palazzo di via San Martino. «Il mio piccolo museo» amava chiamarla, invitando l'ospite ad accomodarsi su piccole poltroncine intagliate nel legno, dono di una tribù africana. Da quella posizione, un po' scomoda, era però facile osservare arazzi, maschere cerimoniali, frecce e sciabole. E splendide collane di semi, coleotteri e conchiglie. E oggetti curiosi di cui amava svelare la storia, sempre intrigante. Le pareti, tappezzate di fotografie, raccontavano il resto della sua vita intensa. Come gli scatti, dai colori sbiaditi, che lo ritraggono tra i masai del Kenia, gli aborigeni della Nuova Guinea, gli indios dell'Amazzonia o i pigmei della Repubblica Centrafricana. Viveva con loro, nelle capanne, nei villaggi. Conquistava la fiducia di capotribù, sciamani, stregoni che gli insegnavano come preparare medicine con le erbe o veleni per le frecce. E fu proprio uno stregone a presentare Pavan a un capotribù pigmeo, altrimenti inavvicinabile. «Per raggiungere il villaggio - raccontava - guadammo il fiume su una zattera. Erano gli anni '60. Con me vennero due amici che volevano prelevare campioni di sangue ed effettuare misure biometriche per i loro studi sulla genesi e le migrazioni delle popolazioni. Uno di loro era Luca Cavalli Sforza. Portammo sale in tanti piccoli pacchetti, bigiotteria per le donne e sigarette. Il capo ci venne incontro con la famiglia. Poi radunò la sua gente. Arrivarono gli uomini con arco e frecce pronte a essere scagliate. La tensione crebbe, allora io proposi una gara di tiro con l'arco. 'Chi di voi riesce a colpire quella foglia?". Parti una raffica di frecce. Tutte a bersaglio. Poi chiesi di provarci io e scagliai la mia freccia a un metro, ricadde come una cometa. Allora scoppiarono a ridere e la tensione si sciolse. Ma veniva la fase più difficile: chiedere loro di farsi prelevare il sangue. Nessuno si fece avanti, quindi mi offrii io. Alzai la manica della camicia e videro la cannula rossa con il sangue. Li invitai ma di nuovo nessuno venne. Allora mi feci prelevare il sangue dall'altro braccio. Alla fine si avvicinarono. Prima di partire - il mattino seguente - Cavalli Sforza aveva raccolto 50 provette che permisero di scoprire che i pigmei sono la popolazione africana più antica».
In corridoio, nelle camere, in soggiorno enormi scaffali traboccavano di libri raccontando della laboriosa produzione scientifica del professore che spaziò dalla speleologia, suo primo amore, all'entomologia, dall'ecologia alla conservazione della natura.
Dopo la seconda Guerra Mondiale Pavan divenne punto di riferimento degli speleologi (con oltre 200 caverne studiate in Italia, Spagna, Francia, ex-Jugoslavia, Algeria e Turchia) e fece nascere con i suoi studi sulla fauna cavernicola una nuova disciplina, la biospeleologia. Non si racconta mai invece che di alcune grotte, durante la guerra, forni le mappe a partigiani ed ebrei perché le usassero come rifugio. Durante il breve mandato come ministro dell'Ambiente (nel 1987) riusci a raddoppiare la superficie delle riserve naturali. Nel 1998 era volato a New York, su incarico del ministero degli Esteri, per mostrare alle Nazioni Unite, i problemi del dissesto ecologico mondiale. E fino a pochi mesi prima della sua scomparsa ha continuato a lavorare per la costituzione di un tribunale mondiale per i crimini ambientali. «Un selvatico naturalista vagamondo» si definiva, con una punta di amarezza, osservando i tetti rossi di Pavia dal suo terrazzo fiorito.